Ti starai chiedendo: chi è Ekat Bork?

È un’artista Russa, nata in Siberia e con all’attivo più di 90 concerti in tutta Europa. C’è chi la chiama “Musa dagli occhi di Ghiaccio” per via del suo sguardo.

Questa potrebbe essere la versione breve della sua storia, ma la complessità, l’energia e soprattutto la vita di Ekat Bork non sono raccontabili in poche righe e siccome a me piace moltissimo narrare la storia degli artisti che incontro – fisicamente o semplicemente grazie alla loro Musica – eccoti la mia recensione di YasDyes, il nuovo album di Ekat Bork.

#Recensione | @EkatBorkMusic e le atmosfere coinvolgenti di #YASDYES Condividi il Tweet

Non si può dire che Ekat Bork abbia avuto vita facile. 43°48’N, 131°58’E sono le coordinate che corrispondono al suo luogo di nascita, coordinate che corrispondono a Ussurijsk, città del litorale della Russia.

Ekat cresce in mezzo a persone semplici: fabbricatori di scarpe, sapone, zucchero, o riparatori di locomitive che uniscono la sua città alla vicina Vladivostok. Nella difficoltà economica della sua infanzia c’è stata anche l’assenza di un padre che non conosceva, ma quel che non è mai mancata è la tradizione e la cultura del circo e del teatro, entrambi radicati nella tradizione russa ed è proprio nel circo della città che Ekat Bork ha i primi contatti con l’arte e l’intrattenimento.

Impara il trapezio e la ginnastica, così come intrattiene cantanto le canzoni della tradizione russa, fino al punto di portare con sé il suo bagaglio culturale e i suoi vestiti, scappando verso San Pietroburgo con la Transiberiana dopo aver rubato dei soldini dalla borsa di sua madre.

La sua voglia di conoscere il mondo e di farsi spazio nell’arte l’hanno portata ad accamparsi in tuguri sporchi, a suonare con band che non avevano nemmeno un nome, così come ad esibirsi in metropolitana per guadagnarsi dei soldi e arrivare fino in Svizzera dove ha studiato “canto, scrittura e produzione contemporanea”. È stato qui che Ekat Bork ha mosso i suoi primi passi concreti nella Musica, creandosi i contatti anche con l’Italia.

Veramellous è il suo primo album pubblicato nel 2013 sotto l’indipendente GinkhoBox, prodotto da Silvio Cattaneo (suo manager) e da Francesco Fabris e Sandro Mussida, veri e propri produttori del disco.

Chi conosce questa artista sa quanto la sua dimensione sia la Musica dal vivo che l’hanno sempre portata in giro per l’Europa – Italia, Austria, Germania, Repubblica Ceca, Olanda, Inghilterra – oltre che nel mondo.

Forse è anche da questa sua natura che prende il nome il disco di cui ti parlo oggi, YasDyes, nome che in russo signica “sono qui adesso“. Tutto quanto il senso è racchiuso già nel titolo, in questo disco registrato tra l’Italia, la Svizzera, la Polonia e la Germania, all’interno del quale Ekat Bork racchiude la sua rabbia, il suo amore per la Musica e per la gente che incontra, la sua disperazione e la sua sensualità che passa attraverso il suo modo di cantare.

Recensione | Ekat Bork e le atmosfere coinvolgenti di "YASDYES"
Ekat Bork – “YASDYES”

YasDyes è un disco che racchiude delle atmosfere uniche, regalate all’ascoltatore da un perfetto connubio di suoni che arricchiscono le strumentali, tipiche della Musica electro pop.

Ekat Bork non si nasconde, non ha paura, come racconta in “Fear“, opening track del disco. Non ha paura di amare nonostante la sofferenza già provata, non ha paura di mostrarsi nonostante la paura dell’altro. Ne parla come una di quelle tigri e di quei lupi che popolavano la sua patria da bambina: fiuta la preda e gli altri membri del branco per capire e non soccombere alla paura di esporsi.

Come dico sempre, le atmosfere sono tutto in un brano e in “Fear” si percepisce alla perfezione lo stato interiore di ciò che Ekat Bork vuole raccontarci!

Allo stesso modo è facile intuire come “Happiness” parli della felicità, ma se ne parla in perfetto stile della cantautrice, dicendoci come in realtà non sia stata felice con la persona che ha avuto accanto e che l’ha indotta a rifugiarsi in una stella, uno spazio probabilmente interiore, che Ekat Bork ha soprannominato Madagaya.

This is Madagaya the space where I live
It’s a little shining star you can find in the deep
This is Madagaya protecting my soul from this nasty world

“Happiness”

La voglia di amare viene ancor di più raccontata in “My Planetany“, dove Ekat fa largo uso di similitudini e figure retoriche, mettendo la propria anima al centro di quel che è l’amore e l’interconnessione con il pianeta e le stelle ancor prima di tutto il resto.

L’enorme abilità nella scrittura Ekat Bork la dimostra in “When I Was“, dove in pochi versi racchiude non solo il senso dell’Amore ma anche il senso della vita. Ancora una volta lo fa sfruttando le figure retoriche, rendendo con poche parole una dimesione poetica e letteraria veramente elevata. Ad accompagnare i versi una strumentale tanto semplice quanto perfetta: tutto si regge su di una chitarra e sul delay che creano una dimensione che nel migliore dei modi si contrappone alle parole.

The flowers I grew are dead
Winter was cold, I could not save them
Flowers are life
I could not save them
I lit a fire to warm them all
The fire was too big to be stopped

“When I Was”

Zhazhda” e “Red Sektor” fanno uscire il lato più ribelle e selvaggio di Ekat Bork, mentre “Darkness” è, a suo modo, una reprise della traccia di apertura, sia per quanto riguarda la melodia che per le parole e il senso della canzone che uniscono la paura alle tenebre e all’oscurità all’interno della quale è facile essere assorbiti se la luce della propria anima si affievolisce, fino a spegnersi. Ekat Bork, ancora una volta, non ha paura di tutto ciò!

Jungletown” è il naturale prolungamento dell’oscurità di “Darkness”, una canzone con dei suoni a tratti cupi e a tratti più “luminosi”, la metafora Musica della luce che filtra all’interno di una fitta giungla in cui i misteri si rincorrono e dove bisogna imparare a vivere da soli con sé stessi senza la paura di quel che succederà.

La disperazione torna di nuovo con “Krakoin“, canzone che potrebbe far pensare agli effetti che l’eroina ha su chi ne è dipendente.

Mal’anima tormentata di Ekat Bork si ribella anche in “Dakota“, il brano che segue e che si rivolge con rabbia alla società odierna così come a sé stessa e ai propri pensieri bui. A questa serie di pensieri si ricollega “The Jump Off the Cliff“, con la sua voglia di liberarsi di tutte le catene e allo stesso modo di essere salvata in una condizione dell’anima senza (apparente) via di scampo.

YasDyes si chiude con “Thank You” e “React“: la prima è un brano nel quale la cantautrice russa esprime la sua gratitudine alle persone a lei più care, mentre la seconda è una canzone cantata interamente in russo e che richiama molto lo stile dei Prodigy.

Conclusioni:

YasDyes è un album che scorre fluido dalla prima alla quattordicesima traccia, senza affaticare minimamente l’ascoltatore e, soprattutto, catturandolo in toto nelle atmosfere abilmente rese da un perfetto connubio di suoni e melodie. Si tratta di un “disco di pancia” come mi piace dire di solito quando parlo di un album dove l’anima e i propri sentimenti e le proprie sensazioni vengono spremute per essere messe in Musica.

Ekat Bork è stata una bellissima scoperta che porterò con me e che ti consiglio di scoprire allo stesso modo!

Conoscevi già Ekat Bork oppure l’hai conosciuta grazie a questa mia recensione? Che ne diresti di condivere questo articolo su Facebook, Twitter, Google+ o WhatsApp? 😉 Facendolo aiuteresti la diffusione della bella Musica e mi renderesti anche felice del mio operato!

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Mauro Abbatescianna