Questo post è la parte 1 di 3 nella serie L'Espiazione

“L’espiazione”

Un racconto inedito di Mauro Abbatescianna, ispirato a “Green Valley” dei Puscifer

“Andiamo, accenditi! Dai, avviati, cazzo!”

Non partiva.

Quel maledetto fuoristrada non ne voleva sapere di mettersi in moto. Sapeva di dovergli cambiare la batteria, ma sperava non lo abbandonasse proprio in quel momento.

“Andiamo, su, accenditi! ACCENDITI, CABRON!”

Stava girando la chiave talmente forte nel cilindretto di accensione che fu un miracolo non si spezzò al suo interno.

Quel movimento veniva accompagnato da una forte dose di gas, data schiacciando l’acceleratore con la stessa energia, tanto da sentire una fitta di dolore salire dalle dita arrivando dritta alla pianta del piede.

“Parti, dai! Parti! E PARTI CAZZO!” disse sbattendo le mani sul volante per la rabbia.

Stava sudando, e non era solo per il caldo del Messico. Era la paura di rimanere bloccato in quella terra di nessuno, proprio quel giorno, a farlo preoccupare.

Non poteva succedere, sarebbe rimasto fottuto. Per sempre.

Diede un attimo di tregua al suo Nissan D21, ma in realtà stava dando tregua a sé stesso.

Poggiò la nuca al poggiatesta e rifiatò.

“Ok, con calma. Riproviamoci”

Stavolta invocò la buena suerte, sperando lo ascoltasse per venirgli in aiuto.

Lentamente rigirò la chiave, frizione-acceleratore, gas: ancora niente.

Non si perse d’animo e riprovò subito, con la stessa calma.

Stesso processo: di nuovo niente.

“Madre de Dios, aiutami tu! Non posso rimanere intrappolato qui!” disse Joaquin con la fronte sudata poggiata sul volante.

Iniziava ad avere paura. Il sudore che gli bagnava la fronte era dovuto al caldo, ma la realtà dei fatti era che a farlo sudare freddo era la paura che sentiva montare dentro di sé.

Doveva andarsene da lì, al più presto.

Sul sedile del passeggero aveva poggiato una fiaschetta di acciaio, era a forma di porta sigari. La sua particolarità era quella di camuffare il suo contenuto facendo credere a chiunque che al suo interno ci fossero dei sigari e non del whiskey, come invece era nella realtà.

Joaquin non era un bevitore accanito, proprio per questo, quando vide quell’oggetto in bella mostra su una bancarella dell’usato a Santa Ana, decise di comprarlo. Era stato ingannato proprio dalla sua finta funzione e quando il venditore gli mostrò la sua vera natura ne rimase affascinato, al punto da decidere di acquistarlo, pensando gli sarebbe sempre potuto tornare utile in futuro.

Quel giorno arrivò prima di quanto potesse immaginarsi.

Aprì il tappo del finto porta sigari e bevve un sorso di whiskey, ingerendolo nella disperazione della situazione. Subito dopo scosse un po’ la testa, per cercare di riprendersi e mandare via il sudore, e ci riprovò.

“Señora, aiutami tu, por favor!”

Joaquin invocò l’aiuto della Madonna, Nuestra Señora de Guadalupe – come viene chiamata dai messicani in seguito alla sua apparizione in Messico nel 1531.

Come i suoi concittadini, anche lui era molto credente e forse anche per questo si sentiva così male per quel che stava vivendo e per ciò che gli era accaduto.

Pregava spesso, Joaquin. Era un cattolico praticante: andava costantemente a messa, confessava i suoi peccati e, quando poteva, aiutava il prossimo donando quel poco che gli era possibile.

Il sudore continuava a grondargli dalla fronte alle guance: l’alcool aveva aumentato il suo calore corporeo e la sua sudorazione.

Un po’ intontito dal whiskey e dal caldo che si faceva sempre più insopportabile, riprovò ad accendere il suo fuoristrada.

Questa volta lo fece a occhi chiusi, convinto che la sua richiesta di aiuto “ai piani alti” avesse dato i suoi frutti.

Il suo Nissan si avviò: aveva avuto ragione.

“Muchas gracias, Señora! Muchas gracias!” disse dopo aver sentito il rombo del motore.

Il veicolo si accese senza ulteriori difficoltà e dopo aver ringraziato Maria, Joaquin partì a tutta velocità.

Non lo sapeva nemmeno lui dove si stesse dirigendo. In quel caldo pomeriggio di agosto sapeva soltanto una cosa: doveva sparire da Santa Ana e doveva farlo in fretta. Non gli restava altro tempo.

Cercò dentro di sé tutta la lucidità possibile per poter agire senza tradirsi.

Ovunque stesse andando, doveva prima passare da casa per poter recuperare tutti i suoi averi, in modo tale da potersi assicurare una permanenza più duratura possibile.

Joaquin abitava in una casa in affitto nel centro di Santa Ana. Lavorava come operaio nella maquiladora del paese, uno stabilimento industriale dove venivano lavorati materiali di ogni genere che venivano assemblati e poi esportati per la vendita al dettaglio.

Lavorava in quello stabilimento fin da quando era ragazzino, non aveva mai fatto altro se non l’operaio. Conduceva una vita umile, fatta di sacrifici, dettati soprattutto dallo stipendio che percepiva, di certo non sufficiente per permettergli qualcosa di diverso da una casa in affitto con mobili vecchi e un fuoristrada che aveva più di vent’anni d’età e centinaia di migliaia di kilometri sotto al suo pianale rattoppato e risaldato.

Nonostante questo, però, Joaquin non aveva particolari vizi: fumava di tanto in tanto e solo quando qualcuno gli offriva una sigaretta e beveva qualche cerveza quando usciva coi colleghi. Per il resto, era un uomo tranquillo, risparmiatore.

Aveva avuto alcune storie d’amore piuttosto importanti, ma non abbastanza da durare per sempre. Ormai aveva superato i quarant’anni e si era convinto fosse troppo tardi per costruirsi una vita di coppia.

Con una condotta di vita di questo tipo, Joaquin era riuscito a mettere via una discreta cifra tale da potersi garantire una pensione serena e senza troppi pensieri.

Tutti quei denari li teneva in casa: aveva sempre nutrito una grossa diffidenza nei confronti delle banche, preferendo di gran lunga custodire i suoi averi nella sua dimora.

Teneva tutti i suoi soldi all’interno di un barattolo di caffè brasiliano che nascondeva nella dispensa, confondendolo con altre lattine contenenti fagioli, piselli, mais, carne in scatola e quant’altro di simile.

La strada verso casa era sterrata e piena di buche, una più intransigente dell’altra. Joaquin cercava di evitarle per paura di subire altri danni gravi che potessero rallentare la sua partenza da Santa Ana. Inoltre, non poteva permettersi troppi rischi: ciò che trasportava sul pianale posteriore del suo pick-up non doveva essere scoperto per nessun motivo al mondo e ogni contraccolpo brusco avrebbe contribuito ad alimentare questo pericolo.

Mancavano poche miglia a casa quando sentì il suo fuoristrada, ormai esausto per il caldo e la vecchiaia, arrancare sempre più.

“Andiamo, non abbandonarmi proprio ora! Cabron!”

Questo suo apostrofarlo non aiutò: non bastava qualche parola di troppo per migliorare le condizioni ormai disastrate di quel catorcio che solo Dio sa come non l’avesse ancora lasciato a piedi una volta per tutte.

Ma questa volta la buena suerte sembrava non accompagnarlo fino all’ultimo miglio.

Il D21 iniziò a “singhiozzare” andando sempre più a strappi: nel panico di quanto successo, Joaquin non aveva fatto rifornimento e ora era rimasto senza carburante.

“Cabron! Sono proprio un idiota!” disse a sé stesso scendendo e sbattendo la portiera talmente forte da far staccare il paraurti anteriore, ancorato al resto della carrozzeria da un sottile fil di ferro.

Proseguire a piedi. Non gli restava altro da fare.

Per sua fortuna era rimasto appiedato a un paio d’isolati da casa sua, rendendo quella giornata meno straziante.

Erano le 16:33 e in quel caldo pomeriggio di agosto il termometro segnava 37°C, ma per Joaquin la temperatura era molto più alta di quella indicata.

Sapeva di dover raggiungere casa il più in fretta possibile, ma allo stesso tempo non poteva permettersi di dare troppo nell’occhio. Quel pomeriggio Santa Ana era più deserta del solito, forse per via del caldo o semplicemente per l’orario di lavoro ancora in corso.

Qualunque fosse la motivazione, fu una benedizione per Joaquin, che riuscì a guadagnare la calma mentale necessaria ad arrivare a casa senza commettere passi falsi.

Dopo circa dieci minuti di strada a piedi, l’uomo stava inserendo la chiave nella serratura della porta d’ingresso e stava entrando nel suo appartamento.

Una volta chiusa la porta si mise al sicuro dando quattro giri di chiave, inserendo il chiavistello di sicurezza e collegando la catenella al gancio posto sullo stipite.

Non aveva tempo da perdere.

Andò subito nella dispensa e tirò fuori il barattolo di caffè con all’interno tutti i suoi risparmi, prese i suoi documenti, preparò una borsa con all’interno pochi vestiti – quelli più indispensabili – e prese in mano la cartina.

L’aprì sul tavolo della cucina. Ancora non aveva idea di cos’avrebbe fatto né della sua destinazione, ma non poteva continuare così. Doveva programmare le sue prossime mosse, il rischio era troppo alto. Ne andava della sua vita!

Puntò il dito indicando Santa Ana, la sua partenza. Scorse sulla cartina andando a nord, fino al confine con gli Stati Uniti.

“Il confine è a sessantanove miglia” disse a bassa voce nel silenzio della casa, interrotto soltanto dal ticchettio di un orologio da parete.

Vivendo da solo, spesso si ritrovava a dire i suoi pensieri ad alta voce, trovandosi come a parlare con sé stesso. In quel momento lo fece più del solito.

“Se prendo la statale quindici posso arrivare dritto al confine americano. Mi basta giungere a Nogales e da lì potrò passare la frontiera. Prima, però, devo sbarazzarmi di quel ferro vecchio!” disse di nuovo stando in piedi davanti alla cartina.

Stava iniziando a pensare al da farsi, un passo alla volta. Il primo era stato fatto: decidere una direzione.

Ora non gli restava che eseguire il successivo: sbarazzarsi del suo fuoristrada.

(Continua…)

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