Questo post è la parte 2 di 3 nella serie L'Espiazione

La luce emessa dal sole al tramonto gli illuminò la strada verso casa.

Rosso: era quello il colore predominante. Persino i tronchi degli alberi avevano assunto quel colore, lo avevano preso in prestito. Si erano vestiti di quella cromia, come se fossero stati tinti apposta per l’occasione. Un segnale? Joaquin pensò lo fosse e accelerò il passo.

Ventisei. Era questo il numero di alberi presenti sul viale di casa sua. Li aveva contati ogni volta che era andato a correre per tenersi un po’ in forma, usandoli come riferimento per la sua andatura. Aveva constatato come fossero distanti quattro falcate di corsa l’uno dall’altro; ogni sua falcata era circa due metri e gli venne facile considerare una distanza di circa duecento metri che gli permetteva di regolare la velocità della sua corsa a inizio allenamento. Quando invece percorreva il viale a ritroso, al ritorno, cercava di aumentare il passo in modo costante, tenendo sempre le piante come riferimento, con l’obiettivo di migliorarsi ogni volta.

Per questo motivo sapeva quanto dovesse accelerare il passo alla vista in lontananza della prima delle ventisei aiuole. Erano soltanto duecento metri, ma quella sera gli sembrava una distanza interminabile, proprio come quando tornava stremato dalla sua corsa e aveva l’impressione di non arrivare mai.

Si sentiva le gambe pesanti come due tronchi di legno, ma nonostante ciò stava camminando così veloce da sentire dolore agli stinchi. Sapeva bene come avrebbe impiegato meno tempo correndo, ma se l’avesse fatto avrebbe attirato troppi occhi indiscreti su di sé.

Arrivato al decimo albero dovette fermarsi per riallacciarsi la scarpa destra: non gli importava di cadere inciampando sulla stringa, ma il dolore agli stinchi era diventato troppo fastidioso. Doveva darsi qualche secondo di tregua.

Mentre era chinato controllò che non ci fosse nessuno intorno a lui: si sentiva osservato. Era convinto che qualcuno lo stesse spiando da una delle abitazioni presenti lungo la via di casa sua. Lo conoscevano tutti e la sua più grande paura era quella di venire notato per un’agitazione insolita, evidente dai suoi atteggiamenti.

Si alzò e riprese a camminare, ma dovette accettare suo malgrado di diminuire il passo per via del dolore che sentiva agli stinchi: quella piccola sosta non fu sufficiente perché passasse.

Quel giorno aveva fatto avanti e indietro spesso, portando anche dei pesi fino al suo pick-up e probabilmente questo non aveva aiutato alla sua stanchezza fisica che, unita allo stress psicologico della situazione che stava vivendo, gli comportarono un affaticamento simile.

Negli ultimi metri che lo dividevano dalla porta di casa sua non faceva altro che ripensare a tutta la sua vicenda: la sua vita era rovinata, per sempre. Cercava di convincersi che scappando avrebbe potuto rifarsi una vita da un’altra parte, lontano da Santa Ana, ma non avrebbe mai potuto cancellare dalla sua mente quel che aveva fatto. Si era macchiato del peccato forse più grave per un uomo credente come lo era lui. Lo sapeva. E anche per questo si sentì ancor più un vigliacco, perché stava organizzando la sua fuga anziché prendersi le sue responsabilità come avrebbe dovuto fare.

Stava muovendosi per cambiare il corso di quella brutta vicenda, cercando perlomeno di mutarne il finale, con la forte speranza di avere a disposizione ancora diversi capitoli da poter scrivere nel libro della sua vita.

Ancora tre soli passi ed eccolo lì: davanti alla porta d’ingresso della sua abitazione. Prima di infilare la chiave nella serratura rimase fisso con lo sguardo sulla maniglia: da tempo era difettosa e capitava sempre si inceppasse nei momenti meno opportuni. Ripensò a quante volte si era detto che l’avrebbe riparata, capendo come rimandare fino a quel giorno avesse significato non ripararla mai più. Non avrebbe mai più visto la porta di quell’appartamento in affitto, in quella casa non ci avrebbe mai messo più piede.

La chiave questa volta non si inceppò. Richiuse la porta dietro di sé, prese velocemente la borsa preparata in precedenza e uscì di nuovo, dirigendosi all’officina.

Optò per una strada diversa: non poteva ripercorrere nuovamente la stessa dell’andata, era passato di lì già troppe volte in una sola giornata.

La gente del paese mormora anche per così poco… Dovrò allungare passando di lì, non posso rischiare troppo”, pensò Joaquin tra sé e sé imboccando una via posta subito dietro casa sua che lo avrebbe condotto a destinazione, allungando il percorso di qualche minuto.

Aveva messo soltanto il minimo indispensabile per scappare, eppure quella borsa gli sembrava pesare venti chili. Sentì il corpo sempre più affaticato, sempre più stremato da una giornata simile.

Il rosso del tramonto aveva lasciato spazio al blu della sera che pian piano stava inghiottendo tutta Santa Ana sotto di sé. Joaquin vide accendersi i primi fari di un’auto che passava di lì e gli venne subito in mente quanto gli aveva detto il meccanico.

Avrebbe mantenuto davvero la parola data? Sarebbe davvero arrivata quella macchina che per lui significava l’inizio della sua probabile salvezza? Non lo avrebbe mai potuto sapere se non fidandosi e aspettando la mattina successiva per vedere coi suoi occhi. Tutto ciò che poteva fare, nel mentre, era avere fede.

Pensò al suo rapporto con la religione e a tutto quello che, per lui, aveva sempre significato credere in Dio e essere devoto alla Madonna di Guadalupe: le aveva sempre mostrato la sua fede, donando sempre quel che poteva alla chiesa della sua cittadina, aiutando la comunità dimostrandosi un buon fedele. Pregarla di frequente non aveva però aiutato a tenerlo lontano dal peccato e di questo Joaquin non riusciva proprio a darsi pace. Si chiedeva come Lei potesse aver lasciato che egli facesse ciò che da quel giorno lo avrebbe messo sullo stesso piano di coloro che venivano condannati da Don José, il parroco di Santa Ana.

Si sentì ancora più sporco e così accelerò il passo, noncurante del fastidio che ancora non era svanito del tutto dai suoi stinchi. Doveva fare qualcosa per non pensarci e così iniziò a calciare tutti i sassi che trovava sulla strada, cercando di farli andare sempre più lontani, fino a quando si accorse di aver raggiunto la saracinesca dell’officina.

Una volta giunto bussò e attese la risposta del padrone. Niente. Nessun segno di vita.

Joaquin subito si agitò e bussò nuovamente, questa volta in maniera più decisa. Attese alcuni secondi e, non vedendosi ancora aprire la saracinesca, poggiò l’orecchio cercando di carpire ogni possibile movimento all’interno.

Udì dei passi: era l’uomo che si avvicinava sempre di più, fino ad aprirgli il varco che lo avrebbe condotto al riparo, al sicuro per quella notte.

“Dove diavolo eri finito?! Mi hai fatto prendere un colpo!” disse subito Joaquin.

“Stavo cucinando qualcosa nel retro” disse il meccanico con in mano la padella dove stava cuocendo delle salsicce, condite con fagioli, jalapeños e passata di pomodoro.

“Lo vedo…” – rispose Joaquin guardando il cibo con rifiuto. Aveva lo stomaco sottosopra per l’agitazione latente e a quella visione sentì il reflusso gastrico risalirgli con prepotenza -“Mangia pure. Io non ho fame” aggiunse dopo essere entrato.

Il meccanico non batté ciglio: tornò nel retro e ripose la padella sul fornello da campeggio che utilizzava per farsi da mangiare. Quell’officina era anche la sua casa e si accontentò di avere un letto morbido, tutto il minimo indispensabile per potersi fare da mangiare e una televisione collegata illegalmente alla parabola del vicino. Non gli interessava avere più di questo. Se lo faceva bastare, arrangiandosi come poteva.

“Puoi dormire in quel sacco a pelo” disse a Joaquin mentre si sedeva al tavolo, pronto a gustarsi la sua cena.

“Gracias, amigo. Stai rischiando molto per aiutarmi. Avresti potuto non farlo, e invece… me ne ricorderò. Ti do la mia parola” rispose lui.

Il meccanico non disse nulla per qualche secondo. Dopodiché si alzò, aprì il piccolo frigorifero posto vicino al suo letto, tirò fuori due birre e le stappò. Ne allungò una a Joaquin che inizialmente rifiutò, ma il meccanico insistette:

“Andiamo, amigo. Non vorrai farmi anche bere da solo. Ti farà bene. Ne hai bisogno…”

Joaquin afferrò la cerveza. Picchiarono una bottiglia contro l’altra e dissero:

Salud!”

Il proprietario dell’officina tornò a sedersi e iniziò a mangiare voracemente. Joaquin lo guardò e pensò come avergli portato i suoi problemi dovesse avergli messo appetito. Lui continuò a sorseggiare la sua birra fredda, ma poco dopo sentì una fitta forte allo stomaco, una specie di terremoto che si faceva spazio dentro di lui.

“Hai un bagno?” chiese velocemente all’uomo che, senza posare la forchetta, gli indicò una porta dietro a uno scaffale.

Joaquin si alzò e ci si fiondò, aprendola con forza. L’uomo seduto al tavolo sentì dei versi e capì. Dopo circa un minuto il suo ospite tornò sul suo sacco a pelo, con lo sguardo basso e imbarazzato.

“Non sei un criminale. È normale ti sia sentito male…” cercò in qualche modo di tranquillizzarlo. Quel suo nuovo cliente gli avrebbe fruttato molti soldi, ma al contempo significava una sola cosa: rogne. Eppure al meccanico quell’uomo piaceva, gli ispirava simpatia. Forse perché aveva capito come si fosse cacciato in qualcosa di più grande di lui, commettendo un errore. E probabilmente voleva dargli la possibilità di riscattarsi.

Joaquin non capì subito. Poi rispose:

“Perché, che atteggiamento hanno i criminali?”

“Ho visto bene cosa c’è dentro al tuo pick-up. Chi lo fa per lavoro non va in bagno a vomitare, non ci fa nemmeno più caso a quel che fa. Rimane impassibile. Tantomeno si rivolge a qualcuno che non ha mai visto prima, come hai fatto tu” rispose esaudiente il meccanico.

“Ne conosci qualcuno, a quanto pare…”

“Entrano ed escono persone di tutti i tipi da un’officina come la mia. E ricordati che contrabbando carburante, qualche conoscenza poco pulita devo averla per forza”

“Qualcuno fidato che possa aiutarmi a passare il confine e vivere il ‘sogno americano’?” chiese subito Joaquin.

“Non credi te ne stia approfittando, amigo?”

“Sono disperato, se ancora non l’avessi capito” rispose lui.

Il meccanico scoppiò a ridere, senza un motivo apparente. Poi Joaquin si guardò e vide come si fosse vomitato sui pantaloni.

Mierda!” esclamò imbarazzato, cercando di pulirsi con la manica della camicia.

“Come ti dicevo: non sei un criminale” – disse ancora sorridente – “A ogni modo, conosco la persona che fa al caso tuo. Ti contatterà lui a tempo debito. Prima pensiamo a far sparire il tuo pick-up”.

L’uomo si alzò, prese la padella e la mise nel lavandino.

“Muchas gracias, hombre! Non so nemmeno il tuo nome…” disse Joaquin allungando la mano.

Il meccanico lo fissò per qualche secondo, riflettendo in silenzio.

“Solución” rispose stringendogliela.

“Solución?!”

“Meno sappiamo l’uno dell’altro e meglio è per entrambi” disse il meccanico spegnendo la luce dopo essersi sdraiato sulla sua brandina.

Joaquin capì cosa intendesse dire e pensò avesse ragione: doveva pur tutelarsi, in qualche modo.

Si fece bastare quel soprannome e si sdraiò anche lui, addormentandosi poco dopo, stravolto.

(Continua…)

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