Questo post è la parte 2 di 4 nella serie Panta Rei: Tutto Scorre (?)

Panta Rei: tutto scorre (?)” è il mio racconto inedito ispirato a “Momma Sed” dei Puscifer che ho iniziato a pubblicare qui su AscoltieRacconti.com. Settimana scorsa hai letto la prima parte, oggi, invece, puoi leggerne il continuo.

Per facilitarti la lettura troverai subito qui in alto il link alla parte iniziale del racconto inedito, così non dovrai scorrere tra le pagine del sito evitandoti una perdita di tempo 😉

Come ti dicevo settimana scorsa, mi ci sono volute alcune settimane per scrivere questo racconto e dargli la forma che avevo in testa. Per questo ti chiedo una piccola cosa che per me significa molto: se la storia ti è piaciuta, che ne diresti di condividere questo post sui social? Mi renderesti felicissimo e potresti far leggere questo racconto inedito agli amici che pensi potrebbero apprezzarlo, regalandogli un momento di relax!

Ti ringrazio e…buona lettura!

Mauro Abbatescianna


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Erano passati sette anni da quella notte e Claudio non ricordava nulla dell’accaduto.

Aveva subìto un processo di rimozione degli eventi causato dal forte shock provato da quanto successo.

Fu anche per questo motivo che Carla dovette inventarsi una motivazione per la quale il figlio non avrebbe più visto suo padre. Gli disse di essere venuto a mancare per colpa di un arresto cardiaco avuto durante il suo primo volo in aereo.

La donna raccontò a Claudio di un viaggio che suo papà si vide costretto a fare: gli disse che un suo caro amico era molto malato e che gli sarebbero rimasti pochi giorni di vita. Essendo, quest’ultimo, a migliaia di kilometri di distanza da casa loro, spiegò come Piero dovette affrontare la sua paura e prendere il primo volo disponibile per arrivare prima che il suo amico morisse.

Carla disse che l’eccessiva paura gli causò un arresto cardiaco proprio in fase di decollo, ma che i soccorsi non riuscirono a intervenire in tempo per salvarlo.

Per giustificare l’assenza di una lapide in sua memoria, la donna inventò la volontà del marito di essere cremato e sparso nel fiume che scorreva non lontano da casa loro, dove spesso andava a pescare con suo figlio. Inventò persino il desiderio di non eseguire alcuna esequie e di essere ricordato, da tutti i suoi amici e conoscenti, per la persona che era, senza altre manifestazioni di alcun genere.

E così inscenò anche questo: prese un’urna funeraria, ripose al suo interno della cenere e andò con Claudio in riva al fiume. Una volta arrivati la donna si chinò, arrivando con le mani al livello del corso d’acqua, aprì l’urna e fece pian piano fuoriuscire il suo contenuto lasciando che il fiume lo portasse via.

In tutta questa messa in scena Carla non disse una parola. Stette in silenzio, tutto il tempo. Suo figlio, invece, pianse in modo molto discreto, quasi silenziosamente.

Claudio si era abituato a crescere senza una figura maschile di riferimento.

Era un ragazzo piuttosto apprezzato dai suoi amici e dalle ragazze. Aveva un carattere piuttosto pacato; non parlava molto, ma quando lo faceva le persone erano attratte dalla sua dialettica e dal modo che aveva di porsi: catturava l’attenzione del suo interlocutore e questo non se ne andava né smetteva di ascoltarlo finché Claudio non aveva smesso di parlare.

            La casa dove vivevano lui e sua madre Carla era la stessa di sette anni prima. Tutto era rimasto uguale al suo interno, quel che era cambiato era il limone piantato in giardino.

Negli anni successivi all’omicidio era diventato piuttosto robusto e anche i suoi frutti erano di media dimensione.

Ogni volta che Carla guardava l’albero dalla finestra della sua camera ripensava a quella notte, a quel che simboleggiava quella pianta e si rendeva conto di come suo figlio ignorasse la natura di quella coltivazione, non sapendo per quale motivo fosse stata piantata proprio in quel punto, al centro del giardino.

            Anche Carla era cambiata col tempo: il dolore provato per il tradimento subìto dal marito l’aveva portata a diventare eccessivamente apprensiva nei confronti del figlio, arrivando a un livello di morbosità che aveva portato Claudio a stare fuori casa più tempo possibile pur di evitarla.

Il ragazzino attribuiva questo suo modo d’essere alla mancanza di una figura maschile autoritaria all’interno della famiglia, pensando che forse sua mamma stesse cercando questo riferimento in lui.

Claudio stesso sapeva di non essere un uomo, né ci si sentiva, ma nonostante ciò ci provava ad assumere quel ruolo. E se ne rendeva conto proprio per come non riuscisse a gestire il rapporto con sua madre: nonostante sapesse della sua eccessiva apprensione, avrebbe voluto fare di più, perché si sentiva l’unico suo supporto.

Sapeva quanto lei avesse dato tutta sé stessa nella storia d’amore vissuta col defunto padre: fu lei a seguire il marito, perché aveva capito quanto per lui fosse importante la carriera lavorativa e non voleva ostacolarlo, anzi. Voleva seguirlo ovunque, dimostrandogli quanto lo amasse.

E per questo motivo fu lei a trasferirsi, ad allontanarsi geograficamente dai suoi genitori e da sua sorella.

Tutto questo non era mai stato un peso per Carla, perché con Piero era felice ed era tutto ciò che desiderava avere nella sua vita.

Questo fino a quando non scoprì la tremenda verità.

            Quella notte fu letale per Piero e un punto di svolta per la donna. E a farne le spese, ancora una volta, fu soprattutto Claudio.

Negli anni successivi Carla aveva cercato molto spesso di mettere in guardia il figlio, spiegandogli come non dovesse mai fidarsi fino in fondo delle persone che conosceva, soprattutto se si trattava dell’altro sesso.

Dopo l’esperienza vissuta sulla propria pelle, la donna non riuscì più a credere nel vero amore, basato sul rispetto reciproco e sulla fedeltà. Non lo vedeva più come un sentimento costruttivo, quanto più come un elemento distruttivo nella vita delle persone, come qualcosa che prima o poi avrebbe tolto tutto ciò che era stato donato al rapporto e, soprattutto, all’altra persona.

Il tradimento che subì le fece persino perdere fiducia nel genere umano, al punto da uscire sempre meno di casa se non per questioni di prima necessità.

La vita di Carla era diventata una routine semplice tanto quanto monotona: si alzava ogni giorno alle 6:30, preparava la colazione per il figlio, mangiavano insieme, lo accompagnava a prendere il pullman per andare a scuola e poi tornava a casa. Nella sua monotonia, però, c’era un elemento di distrazione: il giardinaggio.

Dopo aver seppellito in giardino il cadavere di suo marito non poteva rischiare che il lavoro di mani estranee scoprisse il suo segreto. Tutto sarebbe finito tragicamente per lei.

Non poteva permetterlo. E così licenziò il giardiniere e iniziò a studiare botanica in modo autonomo, visitando siti specialistici, leggendo blog di gente appassionata nella cura del proprio giardino e cercando di arricchirsi come poteva e come le veniva in mente.

Leggeva tutto quel che pensava le servisse. Inizialmente si documentava con la sola necessità di proteggersi, per evitare che il suo vaso di Pandora venisse scoperchiato. Col passare delle settimane, però, questa sua nuova attività obbligata divenne, pian piano, un’attività ricreativa della quale iniziava a sentire di non poterne più fare a meno.

La teneva impegnata, fisicamente e soprattutto mentalmente.

Carla non era pentita di ciò che aveva fatto, ma sapeva comunque di dover convivere col pensiero di aver ucciso suo marito. Non aveva rimorsi ma era rimasta spaventata da sé stessa.

Non si sarebbe mai immaginata come carnefice: la violenza era sempre rimasta fuori dalla sua vita, condannandola. Non sapeva spiegarsi nemmeno lei cosa le fosse scattato dentro per esprimere il suo odio in quel modo, buttando fuori la sua rabbia sotto forma di violenza omicida.

Eppure le era successo. Lo aveva fatto.

Ma a stupirla e sconvolgerla non fu solo il suo istinto omicida, quanto più la diabolicità che le fece venire in mente le modalità di azione. Ebbe il classico raptus di follia che prese forma sviluppandosi e sfogandosi in pochi secondi.

Quando ripensava a tutta quanta la vicenda non riusciva ancora a credere di essere stata capace di arrivare a pensare persino a come far sparire il corpo del reato.

Forse è stata soltanto la disperazione del momento” ripeteva spesso tra sé e sé.

Ma, nonostante questo suo rassicurarsi, si portava dentro questo lato oscuro della sua vita e il giardinaggio era, forse, anche un modo per tenerlo ben rinchiuso.

            A casa passava la maggior parte della giornata all’esterno, nel suo giardino, anche quando arrivava l’inverno e il clima era rigido.

Vicino al limone aveva piantato anche un arancio, un mandarino e un pompelmo.

Non molto lontano dalla sezione degli agrumi aveva creato anche quella dei frutti da tavola, piantando un melo e un pero. Questi ultimi erano gli alberi dei quali andava più fiera: le riusciva difficile eseguire gli innesti per questi due tipi di piante e vederli prima fiorire e poi fruttare era, per Carla, un motivo di grande soddisfazione.

All’estremità destra del giardino aveva invece creato un piccolo spazio dedicato agli ortaggi: lattuga, zucchine, pomodori, peperoni, melanzane, patate, cipolle e sedano.

Riuscire ad avere una coltivazione di questo genere le permetteva di restare ancora di più rinchiusa nella sua fortezza, riducendo così di molto anche il tempo necessario per fare la spesa, dovendo comprare soltanto i beni di prima necessità che non produceva lei direttamente.

Nel suo rinchiudersi in sé stessa isolandosi dal mondo iniziò a parlare di più con le piante che con le persone, suo figlio escluso – nonostante anche con lui non avesse molta possibilità di interazione per via del suo essere fuggitivo.

            Claudio se ne rendeva sempre più conto di come sua mamma fosse cambiata da quando suo papà non c’era più: la vedeva spenta, spesso aveva lo sguardo perso nel vuoto e a volte diceva cose sconnesse tra loro. Era persino arrivato a pensare che fosse impazzita per la sofferenza causata dalla perdita dell’uomo che aveva amato con tutta sé stessa.

Ma il ragazzino ignorava cosa risiedesse in lei e cosa nascondesse.

In alcuni momenti era capitato che gli facesse dei discorsi riguardo alla sofferenza, a come sopportarla e a come cercare di ingoiare i bocconi amari e andare avanti lo stesso, a testa alta. Quando capitava Claudio non le dava molto peso, perché parlava di queste cose proprio in uno di quei momenti dove sembrava disconnessa dalla realtà.

Parlava di cambiamenti, di fasi dove la vita avrebbe potuto metterlo a dura prova e anche in quei momenti avrebbe dovuto resistere e continuare per la sua strada, da vero uomo.

Un giorno queste parole gli furono più chiare.

(Continua…)


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