Questo post è la parte 4 di 4 nella serie Panta Rei: Tutto Scorre (?)

A un tratto sentì una voce lontana chiamarlo:

Claudio? Claudio… ? Claudio!

Era Francesca che si rivolgeva a lui. Lo aveva visto assente e non capiva cosa stesse succedendo. Lo scosse leggermente dalla spalla destra e l’allucinazione scomparve.

Claudio era sudato, ma non per il caldo anomalo di quel pomeriggio di marzo: era sempre più spaventato da quei momenti che viveva, perché sembrava avere degli indizi di qualche avvenimento passato che non ricordava ma che sembrava essere cupo e inquietante, o almeno era ciò che gli sembrava fosse andando a sommare gli indizi che riceveva di volta in volta.

Ne avrebbe volentieri fatto a meno, ma purtroppo era qualcosa che accadeva e non sapeva come controllare.

“Stai bene?” gli chiese lei.

“S-Sì, tutto ok” rispose il ragazzo ancora un po’ scosso.

Poco dopo la guardò e, duramente, aggiunse:

“Hai ragione, mi stavo innamorando di te. Mi piacevi, eccome se mi piacevi, ma non mi fido più di te. Nemmeno te lo immagini quanto sia stato difficile farlo, quanto ci abbia messo a sbloccarmi per come sono fatto caratterialmente. Per te era tutto un gioco, evidentemente! Del resto, sono stato solo una scommessa, no?

Tornatene da Franz, forse è questo che ti meriti: una vita triste e programmata, decisa da qualcun altro”

Claudio si alzò di scatto, prese il blocco da disegno dal suo zaino, strappò il foglio col ritratto a metà e lo diede a Francesca.

“Fanne ciò che ti pare” disse amaramente.

Non aspettò nemmeno che la ragazza afferrasse il foglio con la mano e se ne andò bruscamente.

Francesca sapeva fosse inutile inseguirlo e decise di andarsene anche lei per la sua strada.

Da quel giorno fecero di tutto per evitarsi l’un l’altra, cercando di non incrociarsi nel cortile e nei corridoi della scuola.

“Aveva ragione mia madre! Non avrei mai dovuto fidarmi di lei come non dovrò mai fidarmi di nessun’altra ragazza!” disse a bassa voce mentre camminava verso la fermata dell’autobus, guardando per terra alla continua ricerca di qualche sasso da calciare con rabbia.

Il bus arrivò proprio mentre lui stava giungendo alla pensilina di attesa. Il tempo di farlo fermare e salì: voleva andarsene prima possibile da quel posto, da quel dolore che le aveva causato la ragazza con la quale aveva deciso di aprirsi, donandole la sua fiducia.

Mentre tornava verso casa ripensava a tutti i momenti vissuti insieme a lei: gli venne in mente come flirtavano tutte le volte che si vedevano, anche solo per studiare. Non riusciva a darsi pace per quel che si era appena sentito dire. Come poteva essere stato così stupido da non accorgersene da solo? Del resto, come avrebbe potuto farlo? Aveva vissuto una doppia vita, esattamente come suo padre aveva fatto per un lungo tempo a insaputa di sua madre.

Ma questo, Claudio, non lo sapeva. Era ignaro del passato di suo papà e della tragedia che colpì la sua famiglia.

La rabbia lasciò spazio alla tristezza e gli scese qualche lacrima. Gli faceva male soprattutto una cosa: si era scoperto così tanto con Francesca da farla accorgere di come si fidasse così tanto di lei.

Aveva ragione mia madre… aveva ragione mia madre!” continuava a pensare.

Proprio mentre pensava a queste parole sentì il suo smartphone vibrare nella tasca dei jeans. Era Carla che lo chiamava.

“Sì, mamma, dimmi”

Dove sei? È quasi ora di cena, sbrigati a tornare a casa!

“Sì, lo so. Ho già preso il pullman, tra mezz’ora sono alla fermata. Mi vieni a prendere, per favore?” chiese con tono rassegnato.

Ma non potevi avvisarmi prima? Ho la pentola sul fuoco! Non mi avvisi mai quando devi, adesso devo fare tutto di corsa! Va beh, ci vediamo dopo!” rispose sua mamma con tono infastidito.

Claudio nemmeno rispose e riattaccò il telefono, sbuffando e dando un calcio al sedile davanti a quello dov’era seduto.

Era nervoso, molto più di quanto si ricordava di essere mai stato in passato e ad aumentare questo suo nervosismo c’era il pensiero di doversi sorbire la sgridata di sua mamma per non averla avvisata per tempo.

Cercò di dormire per il resto del tragitto, ma l’unico risultato che ottenne fu quello di rigirarsi di continuo, sia per la scomodità del sedile, ma soprattutto perché gli continuavano a venire in mente i momenti passati con Francesca. Stava male, ci soffriva tantissimo!

Avrebbe voluto soltanto non essersi fidato da lasciarsi ingannare così. Si sentiva un idiota! Gli rodeva ancora di più ammettere che sua madre avesse ragione fin dall’inizio.

Nel pensare tutte queste cose arrivò il momento di scendere. Premette il pulsante per prenotare la sua fermata e si avvicinò alla porta per uscire.

Non appena questa si aprì venne “investito” da un colpo di vento molto forte.

Scese dall’autobus e a fatica raggiunse la macchina dove lo aspettava sua mamma. Il vento veniva da sud e tirava molto forte, rendendogli difficoltosa la camminata.

Finalmente riuscì a trovare riparo in macchina.

“Ciao mamma” disse con voce monotòna.

“Quante volte ti ho detto di avvisarmi per tempo quando devo venirti a prendere? Non sono mica la tua serva o il tuo autista personale!” rispose Carla in modo molto brusco senza nemmeno considerare il saluto del figlio.

“Sì, lo so, scusa mamma…” rispose rassegnato il ragazzo.

Da questa sua risposta Carla capì subito che qualcosa non andava: di solito Claudio le rispondeva nervosamente a questo discorso, invece quella sera sembrava fin troppo accondiscendente.

“È successo qualcosa?” chiese la donna.

“Niente, perché?” rispose il ragazzo.

“Andiamo, lo sai che con tua mamma puoi parlare sempre. Non devi vergognarti di farlo, dai, su”

“Non devo dirti niente mamma, davvero” rispose Claudio cercando di essere meno antipatico possibile in base al pessimo umore dovuto a Francesca.

“Non è che per caso c’entra quella ragazzina? Come si chiama… ah sì! Francesca!” incalzò Carla.

“Mamma, ti ho detto che non è successo nulla, che va tutto bene!” rispose rabbiosamente, dando a sua madre la conferma che le serviva per capire se avesse avuto torto o ragione.

Si trattava proprio di lei: era la causa del malumore del figlio, lo aveva capito.

Nonostante questo, però, continuarono in silenzio verso casa.

Una volta giunti, Claudio scese dall’auto. Nel mentre il vento si era alzato talmente forte da far chiudere la portiera sbattendola; il ragazzo era sovrappensiero ed ebbe un sussulto nel sentire il colpo.

Sollevò lo sguardo e vide svolazzare la tenda dal balcone della camera dei suoi genitori.

Non sapeva dire come mai, ma questa visione gli causò un brivido lungo tutto il corpo: sentiva che quello stato di irrequietezza sarebbe tornato a breve.

Il cielo si era coperto di nuvole e iniziò a tuonare.

Claudio passò vicino alla pianta di limone in giardino e sentì le radici molto più accentuate di quanto le ricordasse nel terreno. Durante il suo passaggio sentì muoversi qualcosa sotto ai suoi piedi: erano proprio le radici che pulsavano, sembravano le vene che portano il sangue all’interno del corpo umano.

Un altro colpo di vento fece sbattere la finestra della camera dei suoi genitori. Claudio si spaventò non solo per il rumore appena udito, ma soprattutto perché iniziò sentire un forte odore di sangue, senza però riuscire a capire da dove provenisse.

Il ragazzo entrò in casa e salì le scale che lo avrebbero condotto in camera sua.

“Dove vai? Lavati le mani e scendi, la cena è già pronta!” disse sua madre.

“Non ho fame, mangia tu” rispose lui senza nemmeno voltarsi.

Per Carla non c’era bisogno di sapere altro.

Umore ballerino, accondiscendenza eccessiva, scatti di nervosismo e totale mancanza di appetito: si trattava di delusione d’amore.

Era l’unica risposta che potesse combaciare con la descrizione dei sintomi.

 

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