Questo post è la parte 4 di 4 nella serie Panta Rei: Tutto Scorre (?)

Hanno sempre creduto che questo paese mi avrebbe snaturata, facendomi perdere quelle che loro considerano le mie vere radici, senza mai capire come invece io potessi convivere benissimo con due culture differenti dentro di me…”

Claudio ascoltava in silenzio, a braccia conserte, in un modo talmente paziente che lasciò Francesca stupita: lei stessa pensò che, forse, al suo posto non sarebbe stata capace di stare così calma.

La ragazza continuò il suo racconto:

“… invece loro non lo accettavano che fossi nata in Italia, non sopportavano non aver avuto altra scelta se non questa.

E così fin dall’asilo mi mandarono in istituti privati dove insegnavano anche il tedesco. Il primo punto di contatto con la madrepatria doveva essere quello: non potevano permettere che io perdessi il tratto più distintivo della mia cultura. Sapevano che avrei sempre avuto loro a parlarmi in tedesco, ma non volevano correre il rischio che io mi rifiutassi di ascoltarli parlare in tedesco.

E così fu anche per le scuole elementari e le medie: stesso discorso, stesso ragionamento, stesse scuole private”

“E allora per quale motivo ora vieni in una scuola pubblica? Non torna col tuo discorso…” rispose subito Claudio.

Francesca sospirò: arrivava la parte più complicata da dirgli:

“Vedi… col passare degli anni, più crescevo e più i miei genitori diventavano fissati con questo discorso. Iniziavano a fissarsi sempre di più, forse perché sentivano sempre di più la distanza con la Germania, o forse perché avevano sempre vissuto con una mentalità che era ed è molto differente da quella italiana, non lo so.

Fatto sta che iniziarono a fare dei discorsi strani: dicevano che mi sarei dovuta sposare con un tedesco perché i loro nipoti maschi – se mai ne avessero avuti – dovevano essere tedeschi e dovevano nascere in Germania.

Secondo loro io non ero pura! Capisci? Facevano dei discorsi da Terzo Reich! Per me era assurdo sentirgli dire cose simili, mi facevano paura e più loro cercavano di “purificarmi” e più io rifiutavo la Germania, il tedesco e tutto il resto!

Come se avessi qualcosa da cancellare, poi… secondo il loro ragionamento allora anche i miei figli, sebbene possa averli con un “tedesco D.O.C.”, sarebbero comunque non dei “purosangue”, perché avrebbero me come madre, che sono italiana!

Ma a loro non interessa niente.”

Claudio scuoteva la testa in segno di totale dissenso e disse:

“Ma che ragionamento è? Che discorso è? E soprattutto, cosa c’entra col fatto che vieni in una scuola pubblica dove potresti essere “contaminata”?”

Lei sospirò di nuovo e continuò:

“È proprio questo il punto. Prima che io iniziassi le superiori loro erano diventati sempre più ingestibili e sempre più fanatici.

Non passava un giorno in cui io non ci litigavo, con mia madre siamo quasi arrivate a picchiarci e questo episodio la fece rinsavire un pochino.

Quel giorno io scoppiai a piangere, le dissi che avrei preferito morire piuttosto che vivere la vita che mi stavano condannando a vivere, per come loro mi comandavano, per come mi programmavano nemmeno fossi un computer!

Le dissi che se mi avessero obbligata a frequentare l’ennesima scuola privata dove sarei stata isolata dalla realtà e dal mondo vero, mi sarei buttata nel fiume, suicidandomi!

Mia madre mostrò per la prima volta un barlume di umanità e di amore per sua figlia e disse che avrebbe parlato con mio padre e che avrebbe in qualche modo trovato una soluzione.

Ci sperai, con tutta me stessa! La soluzione arrivò, ma non era quella che speravo.

Qualche giorno dopo mia mamma mi disse di aver parlato con mio papà. Disse che avrei potuto scegliere la scuola dove andare ma a una sola condizione: che io mi fidanzassi col figlio di un suo caro amico, nonché suo collega nella sede principale in Germania.

Un fidanzamento combinato, finalizzato al matrimonio. Ti rendi conto? Ero finita nell’ennesima scelta non presa da me.

Mi sentivo in trappola!

Per questo motivo vengo a scuola lì. Perché è ad almeno un’ora di tragitto da casa: almeno per venire a scuola riesco a non pensare ai miei incubi”

Claudio era sempre più nervoso:

“E quindi Franz sarebbe il tuo promesso sposo… non è così?”

“Esattamente…” rispose lei.

“Allora perché? Perché sei venuta a parlarmi quel giorno sapendo che tanto non ci sarebbe stato futuro? Perlomeno sentendo quanto stai dicendo ora…” chiese Claudio rabbioso e avvilito.

“Perché volevo cambiare le cose. Volevo cambiare il mio destino! Avevo lasciato Franz e tu mi piacevi! Per questo sono venuto a parlarti, per cercare un nuovo inizio, per la mia vita!”

“E cos’è cambiato per fartici tornare insieme poco dopo esserci conosciuti? Eh?!” chiese lui.

“Mio padre. Aveva saputo dal suo collega che avevo lasciato il figlio. Tornò a casa da lavoro che era su tutte le furie e se la prese con mia madre. Iniziò a stringerle i polsi, sempre più forte. Lei urlava di dolore e più urlava più lui stringeva.

Faceva leva sulla mia psicologia facendo del male a mia mamma, dicendo che se avessi voluto vedere finire quello strazio avrei dovuto fare quel che diceva lui: tornare insieme a Franz e sposarlo in futuro.

Acconsentii, per il bene di mia madre, e tornai a essere la ragazza di quel tedesco “purosangue”, ma lo feci solo per apparenza.

Avevo conosciuto te: mi piacevi e soprattutto eri misterioso. Mi ha sempre attratto questo di te: il mistero.

Ho sempre pensato che avessi qualche lato nascosto, ma qual è?! Ancora non sono riuscita a capirlo e forse è meglio così…” disse la ragazza con tono triste e sconsolato.

Claudio ebbe un sussulto e deglutì intimorito: Francesca aveva appena parlato di un mistero, aveva capito che nascondeva qualcosa e quel qualcosa era lo strano comportamento di sua madre, che lo influenzava molto e che doveva tenere nascosto: era convinto che se qualcuno l’avesse conosciuta l’avrebbe considerata una pazza.

“Non ce la facevo più a tenerti nascosto tutto quanto.

Tu ti stai innamorando, lo so, e non potevo permettermi di trascinarti nell’assurdità della mia vita.

 Tu sei sincero e io non lo sono stata con te.

Scusami, ma non possiamo andare avanti…” concluse lei.

Claudio gettò via la sigaretta nervosamente, la calpestò col tallone con tutta la forza che aveva in corpo, come a volerla distruggere: quel tentativo di distruzione non era altro che la metafora di come si sentiva dentro.

“Pensavo fossi coinvolta anche tu…” disse guardandola freddamente.

“Inizialmente, sì. Ma non come pensi. So che mi odierai ancora di più, ma è stata tutta una sfida. Volevo scoprire i tuoi misteri, ma poi le cose sono cambiate”

Il ragazzo iniziò a sentirsi male come quella mattina a scuola.

Ebbe un attimo di smarrimento e iniziò a sentirsi più debole. La vista iniziò ad annebbiarsi e quello stato di irrequietezza immediatamente ritornò. Dovette sedersi per non cadere e per sua fortuna trovò una panchina lì vicino al chiosco dove stavano parlando.

Il respiro iniziò a essere più affannoso e poco dopo lo scenario che gli si parava davanti agli occhi era differente dal parco dov’era con Francesca: erano tornate anche le allucinazioni.

Questa volta si vedeva seduto sul letto dei suoi genitori, mentre sua madre gli parlava. Non riusciva a percepire ciò che lei gli diceva, era tutto confuso e lontano ma una cosa era chiara: sua mamma era furiosa mentre si rivolgeva a lui.

Si guardò le mani e non vide il nero del carboncino né tantomeno la dimensione che esse avevano nel suo presente: quel che visualizzava erano le sue mani di bambino, pulite e sudate, probabilmente per quel che sua mamma gli stava confidando.

 

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