Questo post è la parte 4 di 4 nella serie Panta Rei: Tutto Scorre (?)

Era cupa, mentre solitamente era solare e molto più spavalda. Questa volta sembrava come se qualcosa le avesse fatto deporre le armi per dare più spazio alla sincerità, lasciando da parte anche il cinismo.

“Tu quante ragazze hai avuto oltre a me?” chiese Francesca.

Claudio rimase spiazzato: non tanto perché lei era la prima e unica, quanto per la domanda del tutto inaspettata. Non ne comprendeva il senso.

“Mmm… il tuo tono è differente dal solito, questo mi porta a pensare tu voglia una risposta sincera” disse lui.

“Sì, sincera. Fino in fondo”

Nel dirlo sembrava che stesse convincendo più sé stessa cercando di semplificarsi la vita, più che rispondere alla domanda di Claudio.

“Tu sei la prima. Sono sempre stato per conto mio, un tipo isolato in generale. Anche in queste cose. Per questo ero diffidente quando venisti a chiedermi una sigaretta a dicembre”

La sua risposta arrivò in modo sincero, ma soltanto in modo parziale. Claudio era sì diffidente per la sua inesperienza, ma la realtà dei fatti era che sua madre lo aveva sempre condizionato allontanando da lui anche il pensiero di poter avere una cotta per qualcuna.

Ma questo, a lei, non poteva dirlo.

“Perché me lo chiedi?” continuò il ragazzo.

Nel mentre erano arrivati al chiosco, ma il discorso intrapreso surclassò l’interesse per la merenda.

Ormai Francesca non poteva più tirarsi indietro. Aveva iniziato lei a parlarne e sapeva di dover andare fino in fondo.

Glielo doveva.

“Per curiosità. Essendo più grande di me di un anno pensavo avessi fatto strage di cuori” disse, questa volta, con la sua solita voglia di scherzare. In realtà era soltanto la paura della reazione di Claudio a farla parlare in questo modo. E, infatti, il ragazzo non le credette.

“Dai, Francesca, smettila. È evidente che c’è un motivo se me lo hai chiesto, e non è di certo per curiosità. Mentre ti ritraevo vedevo che i tuoi occhi diventavano sempre più malinconici.

Sicuramente non ti conosco ancora abbastanza da capirti al primo cenno, però col tempo, disegnando, ho imparato a capire molto più di quanto la gente pensi.

È una questione di osservazione: se vuoi rendere un soggetto al meglio devi imparare a leggere tra le righe e quando si tratta delle persone sono gli occhi e le espressioni del viso a parlare, in modo molto più esaustivo di quanto possano fare le parole.

Tu prima ti sei incupita, proprio mentre disegnavo.

Ho fatto finta di niente perché pensavo fosse normale ti potessi essere un po’ spenta: non è così facile restare fermi così tanto…

Ma poi mi hai chiesto questa cosa. Dai, su, dimmi cos’hai in mente”

Lei non riuscì a guardarlo negli occhi. Non in quel momento. Doveva iniziare a spiegare tutto quanto. Doveva farlo, era giunto il momento.

Fece un sospiro, inspirò più aria possibile e poi, tutto d’un fiato, disse:

“Claudio-io-ho-un-altro!”

Nel mentre, Claudio si stava accendendo una sigaretta, avendo intuito come potesse trattarsi di una discussione non proprio rilassante.

Ma non avrebbe mai pensato a una cosa del genere.

La guardò, sbuffo il fumo del primo tiro e disse:

“Cosa stai dicendo?”

Francesca guardava ancora per terra. Il senso di colpa era troppo forte per quel che aveva appena detto.

Claudio insistette:

“Che. Cosa. Stai. Dicendo?” le pause tra una parola e l’altra si fecero più lunghe, come a non lasciarle alternative al parlargli e spiegargli tutto per filo e per segno.

Ancora niente.

Il ragazzo iniziò a innervosirsi e in modo deciso le sollevò il viso.

“Ora mi guardi e mi spieghi cosa vuol dire ‘sta storia” disse con tono duro.

Questa volta Francesca non aveva scampo per davvero. Si fece forza, e iniziò.

“Quando ci siamo conosciuti a dicembre io mi ero appena lasciata con Franz e…”

“Chi cazzo è Franz?” la interruppe lui.

“Era… è il mio ragazzo” disse con un filo di voce lei.

“Il tuo rag… lui è il tuo ragazzo? Un altro che non sia io è il tuo ragazzo? Pensavo di esserlo io! Del resto, come fai a immaginarti una cosa simile?” incalzò Claudio iniziando a camminare nervosamente sul posto, calciando quel che trovava a tiro.

“Aspetta, fammi spiegare…” disse Francesca allungando una mano per sfiorarlo delicatamente.

“Spiegare, cosa? Cosa c’è da spiegare? Che sono il terzo incomodo e hai un altro? Questo vorresti spiegarmi? Cosa pensi, che sia un deficiente che non capisce e ci sia bisogno di spiegarmi un concetto così limpido? Non so, dimmi te, perché io non vedo proprio cos’altro ci sia da dire”

“Non sto dicendo questo, anzi. Se ti sto dicendo tutto quanto è proprio perché sei sempre stato onesto e sincero con me e perché mi sono resa conto di quel che provi per me. Ti ho preso in giro già abbastanza e non mi va di continuare a farlo. Vorrei solo spiegarti cos’è successo, tutto qui.

Poi sarai libero di pensare quel che vorrai e anche di odiarmi, se lo riterrai necessario” rispose lei.

“Fai un po’ come vuoi, tanto mi sembra di capire che se anche ti dicessi di no inizieresti lo stesso il tuo racconto. O sbaglio?” chiese lui amaramente.

Ci fu qualche istante di silenzio, dopodiché Francesca si fece coraggio quanto necessario, e iniziò a spiegare:

“Vedi… quando ti dicevo che non ero molto contenta delle mie origini tedesche non era soltanto per i vari soprannomi che mi sento dare spesso.

Il motivo principale è legato alla mentalità dei miei genitori. Loro si sono dovuti trasferire qui in Italia per lavoro: mio padre lavora in una grossa azienda che ha aperto una filiale qui in Italia proprio quando mia mamma era incinta di me. Mio padre ricopriva un importante ruolo di dirigenza e, quando ci fu da decidere a chi affidare la gestione della parte italiana del mercato, il consiglio di amministrazione decise che il suo fosse il nome giusto da fare.

L’azienda ha sempre creduto in lui, al punto da dargli questa promozione sul campo, ma per ottenere un risultato così grande doveva anche scendere all’enorme compromesso di trasferirsi con tutta la sua famiglia in un altro paese dell’Europa.

Secondo i racconti di mia madre, non fu facile per lui decidere: non avrebbero mai voluto lasciare la Germania, ma accettare la promozione sarebbe significato godere di un tenore di vita nettamente superiore a quello che i miei genitori potevano permettersi prima del trasferimento, che era già di ottimo livello.

Ma mio padre voleva di più, per sé stesso e per la sua famiglia.

E così accettò il trasferimento.

I miei partirono e raggiunsero l’Italia; tra i privilegi che comportava questo cambio di vita c’era anche un appartamento molto grande, il cui canone d’affitto era pagato dall’azienda stessa. È la stessa casa dove viviamo tuttora.

I miei genitori sono sempre stati molto esigenti con me, forse dipendeva dal fatto che per ottenere quello che possedevano, avevano dovuto lavorare sodo entrambi. Fino a quando mia madre lasciò il suo lavoro per potersi prendere cura di me: lo stipendio di mio padre era più che sufficiente per tutti e tre e ci garantiva una vita molto agiata.

Nonostante questo, non si adattarono mai fino in fondo al trasferimento in Italia. Loro erano orgogliosamente tedeschi e non perdevano mai occasione per dimostrare il loro patriottismo.

Ogni volta che mio padre poteva prendersi qualche giorno di ferie, salivamo sul primo volo e tornavamo a casa, nella madrepatria, fin da quando ero molto piccola.

A me non piaceva tornare lì: io sono nata qui in Italia, è questa la mia patria. Per quanto io rispetti i miei genitori, non mi sento tedesca come loro.

 

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