Questo post è la parte 4 di 4 nella serie Panta Rei: Tutto Scorre (?)

Panta Rei: tutto scorre (?)

Un racconto di Mauro Abbatescianna ispirato a “Momma Sed” dei Puscifer

4

Claudio iniziava a fidarsi sempre di più di Francesca. Con lei era tranquillo e più tempo passavano insieme, più lui non aveva quell’orribile sensazione di irrequietezza. Riusciva a tenere la mente occupata e anche la sua produttività sul blocco da disegno era aumentata molto, al punto di pensare a fare il salto di qualità, puntando a dei soggetti più difficili.

Decise, allora, di iniziare a disegnare le carcasse delle auto: erano l’emblema assoluto dei giochi di luce e ombra che tanto piacevano a lui!

Chiese a Francesca di accompagnarlo da uno sfasciacarrozze che c’era vicino alla scuola: aveva bisogno di fare degli scatti per poter poi lavorare con calma, data l’impossibilità di realizzare i disegni con il soggetto sempre davanti agli occhi.

            Una volta entrati vennero fermati dal proprietario dell’attività che si insospettì nel vedere due ragazzi giovani in un posto del genere:

“E voi due sareste…?” chiese il proprietario

“Salve, siamo due studenti del liceo artistico. Dobbiamo fare uno studio sulla riproduzione delle luci su oggetti deformati come le carcasse delle auto. Possiamo fare degli scatti?” chiese Claudio con nonchalance, lasciando Francesca stupita di come fosse stato in grado di accampare una scusa piuttosto convincente e al tempo stesso sensata.

Il proprietario rimase in silenzio. Li scrutò per qualche istante, mentre si asciugava le mani sporche del nero di un parafango che stava smontando da un’auto che aveva lì all’ingresso.

Sbuffò, scocciato di non avere ricevuto una richiesta di pezzi di ricambio che potessero portargli del denaro, e decise di acconsentire alla richiesta dei due ragazzi, considerandoli innocui.

“Va bene, ma non fatemi perdere tempo, sto lavorando, non vedete?” rispose l’uomo in modo brusco.

“Grazie mille! Nessuna perdita di tempo, gliel’assicuro. Tempo dieci minuti e siamo fuori di qui! Grazie ancora!” rispose Claudio.

“E restate dove possa vedervi!” – disse l’uomo urlando mentre i due ragazzi si allontanavano velocemente – “non provateci nemmeno a fregarmi qualche pezzo…” disse questa volta a bassa voce per non farsi sentire.

Claudio vide la carcassa di un’auto americana, una Plymouth Road Runner, una muscle car degli anni ’70. Appena la notò gli venne in mente quando da bambino giocava con le macchinine e si divertiva a immaginare una pista infinita che partiva sulla cima di una montagna e finiva nella bocca di una scarpata, dopo chilometri e chilometri di discese e tornanti da capogiro.

“Lei! È perfetta, è lei il mio soggetto!” disse Claudio entusiasta del “tesoro” appena trovato.

Scattò le solite foto col suo smartphone preoccupandosi di cogliere il suo soggetto da tutte le angolature possibili, catturando le sfumature e i giochi di luci e ombre nel migliore dei modi.

Francesca lo guardava affascinata: lei non aveva nessuna grande passione da coltivarla con così tanta cura per i dettagli. Vederlo così attento in ciò che a lei sembravano delle semplici fotografie da scattare la fece sorridere, ma questa volta in modo sincero e non calcolatore come poteva aver fatto in precedenza pur di ottenere qualcosa di utile al suo tornaconto.

Erano semplicemente un ragazzo e una ragazza a fare qualcosa di bello. Niente di più. E questo le piaceva.

Il proprietario continuava a guardarli in lontananza, impaziente di vederli andarsene.

Proprio mentre li fissava, Claudio si girò e facendo cenno con un braccio disse, urlando:

“Abbiamo finito!”

L’uomo fece un cenno di assenso con la testa.

I ragazzi tornarono verso l’ingresso e, lungo il cammino, Claudio prese una sigaretta e se la mise in bocca. Ne offrì una a Francesca che declinò l’invito, per poi fare la stessa proposta al proprietario dello sfasciacarrozze.

“Lei fuma?” – chiese il ragazzo – “Posso offrirle una sigaretta per il disturbo?” aggiunse.

L’uomo non disse nulla, prese la sigaretta, la pose sulle labbra e aspettò che Claudio gliela accendesse.

“Grazie ragazzo. Giornata fortunata oggi, eh?”

“Fortunata per me, ho trovato ciò che cercavo, ma sfortunata per lei: non siamo i clienti che aspettava, purtroppo” rispose Claudio educatamente ma in modo deciso.

“Già…” rispose l’uomo espirando il fumo della sigaretta.

“Tenga” – disse Claudio porgendogli il pacchetto con le sigarette che rimanevamo – “Mi è stato molto utile e una sigaretta mi sembra troppo poco”

L’uomo allungò la mano per afferrare il pacchetto e fece un cenno con le due dita che reggevano la sigaretta accesa, in segno di ringraziamento.

Claudio sorrise, prese Francesca per mano e, insieme, imboccarono la strada del ritorno.

“Scatti sempre in modo così attento?” chiese lei.

“Se il soggetto mi interessa, sì. Tempo fa volevo provare a ritrarre il paraurti di un’altra auto. Quella volta non avevo con me il blocco da disegno e tornai a casa a prenderlo, pensando non servisse scattare, convinto di tornare in tempo prima del cambio di luce, ma feci male i miei calcoli. Una volta di ritorno era cambiata l’illuminazione e quel che mi interessava non era più lì per poter essere ritratto” rispose Claudio in modo esauriente.

Carpe Diem” disse Francesca.

“Esattamente” rispose il ragazzo.

“E io?” chiese lei.

“Tu… cosa?” chiese Claudio.

“Io sono un soggetto interessante?” incalzò lei maliziosamente.

Claudio rise. La guardò, un po’ emozionato per ciò che si era appena sentito chiedere, e rispose:

“Sì, molto interessante! Stai per caso chiedendomi di farti un ritratto?” disse lui ammiccante.

“Perché no? Potrei farti da musa ispiratrice, ho sempre desiderato essere ritratta!” disse Francesca sempre in modo malizioso.

Claudio la guardò furbamente, la tirò a sé e la baciò in modo molto sensuale.

***

         Il parco dov’erano andati Claudio e Francesca si trovava ad alcuni chilometri di distanza da casa del ragazzo, ma non abbastanza da lasciarlo tranquillo.

Nonostante Carla non uscisse se non per stretta necessità, il ragazzo temeva di vederla spuntare lì, da un momento all’altro, proprio mentre era in compagnia di Francesca.

         Quest’ultima aveva chiesto spesso a Claudio come mai non andassero mai a casa sua e l’unica cosa che riuscì a inventarsi il ragazzo fu che sua mamma doveva accudire sua nonna, malata allo stato terminale, e che non sarebbe stata una bella visione per lei né tantomeno per lui che cercava di distrarsi il più possibile dalla consapevolezza che sua nonna sarebbe venuta a mancare di lì a poco.

Non era una bella scusa, ma fu l’unica cosa che riuscì a pensare a caldo quando si sentì porre la domanda da Francesca; pensò potesse essere una motivazione convincente e, infatti, l’intuito gli diede ragione.

Claudio non ricordava nulla della notte dell’omicidio e non sapeva quanto sua mamma l’avesse riempito di menzogne. Nonostante questo, aveva lo stesso istinto e talento nel mentire. Era una questione di autodifesa che lo spingeva a inventare delle motivazioni e delle scuse che tenessero sua madre più lontana possibile da lui e Francesca.

Lo faceva per tutte le volte che sentiva dire quelle strani frase uscire dalla bocca di Carla.

“Che ne dici di quella panchina laggiù?” chiese Francesca impaziente di iniziare a posare come soggetto.

“Mmm… non mi convince, c’è troppa luce lì. Verresti illuminata del tutto dal sole, non ci sarebbero le ombre che mi servono.

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