La realtà dei fatti è che il concerto di Bruce Springsteen and The E Street Band dello scorso 16 luglio al Circo Massimo di Roma è cominciato, per me, almeno tre anni e cinque giorni prima, quando quel famigerato 11 luglio 2013 Lui arrivò all’Ippodromo delle Capannelle di Roma, pronto a sconvolgere il mondo.

Tre anni fa io non fui presente e ancora oggi mi mangio le mani sapendo cosa mi sono perso quella sera – puoi capire meglio cosa intendo leggendo “Ecco perché essere Springsteeniano ti cambia la vita“, un mio articolo scritto prima del primo live Milanese del Boss. Ma quando vidi Roma tra le città scelte per le tappe italiane del The River Tour 2016 subito capii come qualcosa di magico sarebbe successo. Di nuovo.

Era come se fosse tutto quanto già scritto in partenza: non solo la doppietta milanese, già diventata storia e per la quale puoi leggere i miei live report del 3 luglio e del 5 luglio: il Boss ha fortemente voluto Roma e il suo Circo Massimo per fare lui stesso la storia, ancora una volta.

Non gli era bastato stravolgere tutto tre anni fa, con quella data incendiaria e leggendaria che fu: come fanno i veri gladiatori lui è arrivato, di nuovo, nella “Città Eterna”, la “città più bella del mondo” (per citare quanto pronunciato da Bruce Springsteen stesso sul palco di Roma), per prendersi ancora tutto quanto.

Il Boss è come un uragano: lui arriva, ti prende, ti contorce lo stomaco, ti strapazza, ti fa roteare, ti sconvolge e poi ti lascia lì, stremato ma felice. Arriva e si prende tutto te stesso, tutto quel che hai da dargli dandoti e dandosi alla stessa stregua. Non puoi rimanere indifferente, non ce la fai. È impossibile!

Tutto questo non succede soltanto il giorno del concerto, no. Quando i suoi live si avvicinano tu sei lì che fremi, conti i giorni, le ore che ti separano dal momento in cui lui salirà sul palco – e quando lo fa in Italia è sulle note di “C’era una volta il West” di Ennio Morricone. Ma, se quando si parte per le vacanze in moto si dice che la vacanza inizia da quando si esce dal cancello di casa, la stessa identica cosa vale per un concerto di Bruce Springsteen.

Che lui suoni nella tua città o che tu debba spostarti per raggiungerlo, non è mai soltanto andare a un suo concerto. È sempre un rito che inizia quando organizzi tutto, quando senti i tuoi amici Springsteeniani che saranno lì con te a condividere ogni istante e con loro ti accordi per vedervi e vivere tutto quanto insieme, dall’attesa interminabile sotto al sole, alle più grosse cazzate che possano venirti in mente e che inevitabilmente sparerai una volta in coda in compagnia. Questo è quel che non capisce chi a un concerto del Boss non c’è mai stato e viene ancor prima della solita frase: “ma lo vai a vedere ancora? Ma che gusto c’è a vedere sempre lo stesso concerto? Ma non ti sei stufato?“.

Quando ti senti porre quelle domande ascolti, sorridi pensando “povero stolto che ancora non sai!” e poi, molto semplicemente, rispondi: “non hai idea di cosa significhi vederlo dal vivo. Ti cambia la vita e non riesci più a farne a meno“. E puntualmente vieni guardato come se delirassi e fossi impazzito nel dire quelle cose. Poi però succede che al Circo Massimo ci vanno 60.000 persone (se non di più) e di queste molte non erano mai state prima a un concerto di Bruce Springsteen and The E Street Band e nel vedere un concerto/spettacolo/show/spremuta-di-energia-e-sentimenti di 3 ore e 52 minuti, ognuna di queste persone cambia totalmente idea, rimanendo folgorata dall’energia Rock che è capace di sprigionare un uomo che a Settembre suonerà 67 primavere nell’album della sua Vita.

Quella fetta di pubblico lo riconosci a occhio nudo. Ce l’ha scritto in volto, puoi leggerlo a chiare lettere: “sì, è il mio primo concerto. Per quale motivo non sono venuto prima, a vederlo?!“. Glielo leggi negli occhi, nel sorriso a 100 denti che gli esplode nel vedere la gioia di chi il Boss e il suo popolo lo conosce bene e già da tempo. La bellezza di vedere i fidanzati o le fidanzate che accompagnano la propria metà o che vengono portati con loro per il proprio “battesimo di fuoco” è impagabile! Quello è l’esatto momento della consapevolezza e della condivisione, è il momento in cui tutto quel che hai cercato di raccontare a parole – fallendo miseramente ogni volta per l’impossibilità di spiegare ciò che ti scatena Springsteen – non filtra più attraverso i tuoi occhi o nelle tue parole, ma viene visto, vissuto e soprattutto sentito e percepito da chi in quel momento sente la stessa identica scarica che tu hai provato uno, tre, sette, dieci anni prima.

E quando si tratta del Boss, è più forte di me: non riesco proprio a restare coi piedi per terra e non sognare. Com’è stato per le date di Milano, anche per Roma è partito il “toto-setlist” con la mia ragazza e i nostri amici.

Guardando anche quel che ha fatto a San Siro la prima delle due sere, quella più “normale”, pensavo che a Roma avrebbe aperto con “Spirit in The Night“, la stessa canzone usata in apertura nel 2013. Ma proprio confrontando le perle che ha suonato tre anni fa a Roma, era inevitabile pensare a brani come “Incident on 57th Street“, “Rosalita (Come Out Tonight)“, “Kitty’s Back“. E poi c’è lei, l’innominabile, ESSA (come la chiamo con alcuni amici Springsteeniani). Sto, “ovviamente”, parlando di “New York City Serenade“.

Tutti sapevamo e sappiamo quanto Bruce Springsteen sia unico nei suoi live e intendo dal punto di vista delle setlist. Allo stesso tempo, però, sapevamo anche come la sezione di archi della Roma Sinfonietta (l’orchestra di Ennio Morricone) fosse già lì, pronta e già a conoscenza della propria parte da suonare nel caso Lui avesse deciso di regarla di nuovo a Roma e soprattutto a chi, come me, nel 2013 non c’era.

Sognavamo. Desideravamo la rifacesse. Ricordo benissimo come alcuni mesi fa, parlando con un mio caro amico, ci dicevamo quanto sarebbe stato bello se l’avesse rifatta, ma al contempo sapevamo entrambi come fossero remote le possibilità che si ripetesse in quella canzone che, statistiche alla mano, eseguì nel 2013 per la prima volta in Europa.

Sabato eravamo lì: io, Alessia (la mia ragazza), Luigi, Linda, Paolo, Claudia e Nunzio. Vecchi e nuovi compagni di viaggio in tour e, dopo esserci divertiti e aver cantato e ballato sulle note della Treves Blues Band prima e dei Counting Crows dopo, mancava ormai mezz’ora all’inizio del concerto di Bruce Springsteen.

Il toto-setlist era ancora in corso. A un certo punto Paolo e Luigi si girano verso di me dicendomi “Pony Boy. Sembrerebbe inizi con quella, questo è quanto si vocifera qui tra la folla“. In quel momento mi uscì soltanto un “Cazzo! Sarebbe fighissimo! Che canzone!“. Non posso farci nulla, mi esalto tantissimo e sogno sempre di più quando si tratta del Boss e della sua enorme varietà di esecuzione dal vivo!

Ultimamente ha aperto spesso da solo, quindi non sarebbe stato nemmeno così strano se avesse suonato “Pony Boy“, un brano acustico preso direttamente da “Human Touch“.

Ma lo scorso 16 luglio il Boss aveva già deciso che sarebbe stato tutto quanto differente. Pochi istanti dopo essermi sentito dire quelle cose, Luigi e Paolo si girano nuovamente per dirmi che sul palco era appena salita la Sinfonietta di Roma (io non vedevo nulla perché coperto dalla gente davanti a me e in quel momento gli schermi erano ancora spenti). A sentirmi dire una cosa del genere avevo già capito più di quanto mi bastasse per farmi saltare come un pazzo: avrebbero aperto con “New York City Serenade”. Ormai non c’era più bisogno di sapere altro, la Sinfonietta è stata lì, tre anni fa, per suonare la propria parte e in cuor mio ho sperato, sognato, desiderato, pregato Lui di decidere di suonarla di nuovo, per la seconda volta in Europa, ancora a Roma.

Pian piano tutta la E Street Band è salita sul palco subito dopo gli archi fino a vedere salire il Boss, con l’acustica imbracciata: era la conferma che cercavo per poterne essere ancora più certo. L’avrebbero suonata.

Lì ho chiuso gli occhi per un istante, fino al momento in cui Roy Bittan ha attaccato con le prime note di quel capolavoro, la mia canzone preferita di Bruce Springsteen, il sogno live più grande che avessi e che finalmente, dopo essermela persa tre anni fa, è stato realizzato quest’anno.

Ero sconvolto. L’avevo pensata in mille momenti, in mille modi, ma non avrei mai pensato la facesse così, in apertura, a freddo. Quella canzone è talmente una perla rara che, forse, tutte le persone che hanno vissuto il proprio “battesimo di fuoco” al Circo Massimo non riescono ancora a rendersi conto di quanto abbiano ricevuto in una volta sola, nella loro prima sera. Per tutta la durata della canzone ho abbracciato la mia fidanzata, totalmente scosso per l’emozione inspiegabile che stavo vivendo in quel momento. Mi sono gustato ogni istante di quell’esecuzione, come se non dovesse finire mai e allo stesso tempo consapevole che avrebbe avuto una fine.

Tre anni. Ci sono voluti tre lunghissimi e apparentemente interminabili anni per poterla sentire dal vivo. Ironicamente, una volta finita, Paolo si è girato e guardandomi mi ha detto “Possiamo andare a casa” e io senza esitare un secondo gli ho risposto che, sì, avremmo anche potuto farlo. Dopo averla sentita, addirittura in apertura, avrebbe potuto recitare il rosario oppure leggere per tutto il tempo l’elenco telefonico di Roma che sarebbe stato tutto quanto perfetto!

Nemmeno il pubblico flebile e un po’ troppo spento che ci circondava avrebbe potuto rovinare quel momento magico, quella serata iniziata così, con una dichiarazione d’intenti bella e buona, con il Boss che non lo diceva esplicitamente ma che implicitamente era come se ci stesse dicendo: “Sono qui, per voi e con voi. L’ho scelto io di suonare qui, al Circo Massimo, uno dei posti più belli al mondo che la storia ci abbia lasciato. Questa ve la regalo, così come ho fatto tre anni fa. Ed è soltanto l’inizio.

Por Roma“. Ce l’ha proprio detto. Così come lo fece tre anni fa, sabato l’ha ripetuto. Ormai è il suo tratto distintivo per i concerti romani. Ma lui si diverte con noi, come forse non fa in nessun’altra nazione nel mondo. Sa che siamo dei giocherelloni noi per primi, noi italiani, e finita di suonare NYCS attacca col suo discorso:

Grazie mille. Ciao Roma! È bello essere nella città più bella del mondo, qui al Circo Massimo!

Poi si fa suggerire qualcosa da Little Steven, torna al suo microfono e ridendo dice: “Oh, Roma, daje!”

E mentre tutti noi ridiamo, lui dà l’attacco alla E Street Band per suonare “Badlands“, l’inno per antonomasia ai concerti del Boss.

I momenti di magia sono stati tantissimi, dalla request di “Summertime Blues” di Eddie Cochran (anch’essa suonata sempre a Roma nel 2013), a quella “Boom Boom” di John Lee Hooker, passando per quella di “Detroit Medley” sottoforma di cappellino che Springsteen stesso ha tenuto su mentre la suonava. Per tenere fede al The River Tour ne ha suonate 12 da quell’album.

Ma il Boss è sempre stato dalla parte dei lavorati, è uno dei Working Class Heroes, e non ci ha pensato due volte ad accettare la richiesta fattagli dai rappresentanti della cooperativa di Monterotondo, che gli hanno fatto recapitare una lettera all’Hotel de Russie dove ha alloggiato durante il suo periodo romano per chiedergli di aiutarli almeno lui, cantando “The Ghost of Tom Joad“, canzone che li rappresenta bene.

La magia di quest’uomo è racchiusa nella sua capacità di imbracciare la sua acustica, mettersi l’armonica a bocca al collo e, davanti a 60.000 persone in silenzio ad ascoltarlo, iniziare a cantarla solo dopo aver detto di aver proprio ricevuto la richiesta da un gruppo di lavoratori.

The Ghost of Tom Joad” gliel’avevo già sentita suonare in apertura a Padova 2013, ma quella di sabato scorso è stata divina e al di sopra di ogni aspettativa o desiderio. Lui a cantarla e noi in silenzio religioso ad ascoltarlo. Fantastico!

E che dire della sensualità e dell’intimità con la quale lui e Patti hanno cantato “Tougher Than The Rest”? Devo essere onesto, non mi piace più come canta Patti, eccede troppo in vocalizzi che rischiano di essere troppi, ma sabato sera vederli lì davanti ai miei occhi, a cantare quel che è l’amore che li unisce da 25 anni a questa parte, è stato stupendo. Erano un uomo e una donna con le loro debolezze e la loro necessità di amarsi lasciando fuori i propri nomi e cognomi, le proprie identità da rocker e rock lady. È stato magnifico ed è stato ancora più bello cantarla abbracciando la mia fidanzata e vedere praticamente tutte le coppie lì presenti fare lo stesso con la propria metà.

La commozione è arrivata anche nelle parole che Bruce Springsteen ha speso durante l’incipit di “Land Of Hope And Dreams“, che ha deciso di dedicare alle vittime della strage di Nizza.

E poi gli encore, con la sempre meravigliosa “Jungleland“, con le immancabili “Born in The U.S.A.“, “Born to Run“, “Ramrod“, “Dancing in The Dark” e della loro chiusura con “Shout“, che è durata talmente tanto da sembrare interminabile!

E dopo aver urlato per quasi quattro ore tutto il Circo Massimo ha salutato la E Street Band godendosi la delicatezza di un coro unico e interminabile che erano 60.000 voci sulle note di “Thunder Road” suonata acustica da quello che, senza alcuna ombra di dubbio, è il performer live più grande di tutti i tempi.

Potrei stare qui a dirti mille altre cose, potrei parlarti dell’organizzazione che non è stata forse al livello di quella di San Siro, potrei dirti quanto non mi sia piaciuto il pubblico che l’ho trovato molto più freddo che a Milano a causa dell’enorme dispersività che si aveva in una location che si sviluppa in profondità per centinaia di metri. Potrei dirti un sacco di cose, ma la realtà dei fatti è che di questo concerto di Bruce Springsteen and The E Street Band a Roma mi porto dentro tantissimi ricordi, tantissime belle sensazioni e tantissimi momenti che rimarranno unici e che ho filmato e immortalato con delle bellissime foto.

Nei prossimi giorni troverai sulle pagine di AscoltieRacconti.com e sul mio canale YouTube tutto quanto.

See You on The road, Rocker!

Mauro Abbatescianna.

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Bruce Springsteen and The E Street Band Live at Circo Massimo (Roma). La setlist completa:

Main set:

  1. New York City serenade
  2. Badlands
  3. Summertime blues
  4. The ties that bind
  5. Sherry Darling
  6. Jackson Cage
  7. Two Hearts
  8. Independence Day
  9. Hungry Heart
  10. Out in The Street
  11. Boom Boom
  12. Detroit medley
  13. You Can Look (But You Better Not Touch)
  14. Death to My Hometown
  15. The Ghost of Tom Joad
  16. The River
  17. Point blank
  18. The promised land
  19. Workin on the highway
  20. Darlington County
  21. Bobby Jean
  22. Tougher than the rest
  23. Drive all night
  24. Because the night
  25. The Rising
  26. Land of Hope and Dreams

Encore:

  1. Jungleland
  2. Born in The U.S.A.
  3. Born to Run
  4. Ramrod
  5. Dancing in The Dark
  6. Tenth Avenue Freeze-Out
  7. Shout

Encore 2:

  1. Thunder Road (Solo acoustic)

Ti ringrazio per aver letto quanto ho scritto! Se questo articolo ti è piaciuto allora, se ti va, puoi condividerlo coi tuoi amici, soprattutto quelli Springsteeniani che erano con te al concerto di Roma o che avrebbero voluto esserci e non sanno cosa si sono persi!

Tu come hai vissuto questa magnifica data nonché l’ultima italiana? Che emozioni hai provato? Io ho provato a raccontarti le mie, ora aspetto che lo faccia tu. Scrivimelo qui sotto!