Il primo racconto inedito di AscoltieRacconti.com non poteva che essere ispirato da una canzone di Bruce Springsteen, senza dubbio il mio artista preferito. “The Boss” è una figura molto importante per la mia conoscenza musicale, soprattutto dal punto di vista emozionale: la sua musica, i suoi testi, il suo carattere e il suo modo di essere sono il mix perfetto, in grado di farmi percepire delle emozioni che difficilmente vengono eguagliate da altri artisti durante i miei ascolti musicali.

La canzone in questione è “Drive All Night” contenuta nel doppio album The River pubblicato nel 1980.

Questo disco è molto particolare, unisce attimi di festa a momenti di riflessione sui sentimenti umani. “Drive All Night” è la mia canzone preferita di tutto quanto il disco e ascoltarla mi ha ispirato per scrivere il racconto che segue. Spero ti piaccia.

E mi raccomando: commenta e condividi se ti è piaciuto ciò che hai letto! Mi renderesti molto felice 🙂

Buona lettura.

“La mia anima è la tua”

Un racconto di Mauro Abbatescianna, ispirato a “Drive All Night” di Bruce Springsteen.

Tutto a un tratto non c’eri più.

Abbiamo sempre vissuto la nostra vita amandoci, come nessuna delle coppie che conoscevamo ha mai fatto. Ci hanno sempre invidiato tutti per il nostro amore in grado di vincere su tutto, anche sulla maledizione che aleggiava sul posto in cui siamo nati e cresciuti.

Ma dopo anni insieme, fianco a fianco, non eri più accanto a me.

***

Non c’è molto, quaggiù, da dove veniamo noi. È il deserto delle città di periferia, così vicine alle metropoli e così lontane anni luce dalla civiltà che abbiamo sempre visto con distacco.

La nostra maledizione è sempre stata la povertà e la difficoltà di farcela: i tuoi genitori ti avevano abbandonata da bambina, eri così piccola da non avere mai avuto nemmeno il ricordo del loro volto. Ma la sensazione della perdita, del distacco, quella sì. La conoscevi bene.

Io non ho mai saputo cosa significasse perdere, o almeno non in questo senso. Ciò che ho sempre perso sono stati i lavori che mi venivano offerti: ho sempre avuto un carattere ingestibile, non riuscivo a controllare il mio impulso nel dire tutto ciò che mi passava per la testa. Non ho mai perso occasione di mandare a quel paese il mio capo, se pensavo lo meritasse.

Era una reazione di quel che mi portavo dentro e che mi faceva sbagliare di continuo. Fino a quando non arrivasti tu.

Quando ci incontrammo la prima volta, all’età di diciassette anni, io avevo già abbandonato gli studi. Non volevo saperne di libri, formule, concetti teorici, assiomi: nella mia famiglia i soldi non bastavano mai perché mio padre beveva e spendeva in alcool tutto ciò che mia madre riusciva a guadagnare col suo lavoro di domestica. E se provava a opporsi, lui la picchiava. Era sistematico. E quando succedeva, mi mettevo davanti a lei lasciando che lui sfogasse tutta la sua ira sul mio corpo.

Lei non ha mai detto nulla, era troppo terrorizzata dall’uomo che aveva amato e che ora le si scagliava contro con tutta la sua forza; l’unica cosa che riusciva a fare era piangere, in silenzio. La pietrificava il senso di colpa che provava nei miei confronti.

Io cercavo di consolarla, ma poi il nervoso mi assaliva ed ero costretto a uscire in piena notte dopo essere stato colpito da una scarica di pugni.

Non volevo che mia mamma mi vedesse così, tremante per la rabbia e con le lacrime agli occhi per l’impotenza che provavo nel saperla prigioniera di tutto ciò, perché, nonostante lei dicesse il contrario, lo amava ancora. Nonostante tutte le botte che aveva preso fino a prima di riuscire a coprirla col mio corpo.

Ero magro, ma ero più alto di mio padre e riuscivo almeno a sovrastarla in altezza e a farle da scudo.

Quando vivi in questa condizione non puoi studiare, vuoi soltanto guadagnare più soldi possibili per aiutare la donna che ti ha messo al mondo a vivere una vita dignitosa – se così può essere definita una schiavitù simile.

Avevamo solo diciassette anni ma tu avevi già le idee chiare di quel che avresti voluto fare della tua vita: volevi laurearti in architettura e aiutare il quartiere popolare dove vivevamo, presentando al comune un progetto di ristrutturazione degli edifici, per renderli più vivibili al loro interno e soprattutto più presentabili esternamente.

Facevano da simbolo al nostro degrado e sapevamo che quello era il filo che ci teneva legati alla maledizione di quella città.

La tua sicurezza sul futuro mi fece capire come io avessi bisogno di un punto fermo nella mia vita fatta di eccessi familiari.

E così, quando capitava di fare da colpitore alle nocche di mio padre, uscivo per venire a bussare alla porta di casa tua. In piena notte. Vivevi coi tuoi genitori adottivi, erano delle brave persone.

Eri il mio faro acceso nel buio di quella vita e riuscivi a farmi strada nel cielo notturno, nero come la pece, che inghiottiva la strada come l’inferno fa con le anime.

Accadde tutto naturalmente, io mi iniziai ad aprire con te e tu, piano piano, ti innamorasti di me, fino a che una sera mi prendesti la mano, carezzandone le nocche ferite per il brutto vizio che avevo di scaricare la mia rabbia prendendo a pugni il muro.

Era strano, non avevi nessun disinfettante con te, ma quando mi toccasti il dorso della mano destra per la prima volta sentii un brivido lungo tutta la schiena e un bruciore fortissimo, ovunque nel mio corpo.

Mi sentivo come se avessi dato fuoco a tutto il male e al dolore che sentivo dentro, che era molto più grande delle ferite che mi sanguinavano sulle mani. Quella sera tremai: avevo paura. Riuscivo a sopportare la rabbia di un uomo che pesava il doppio di me, ma quella sera proprio non capivo cosa mi stesse succedendo.

Eravamo lì, seduti sulla panchina del parco giochi per bambini che c’era sotto casa tua, e sentivo la mia anima che scalpitava al punto da voler uscire fuori per mostrarsi a te, per farti vedere ciò che stava accadendo e che avveniva per merito tuo.

Iniziai a respirare affannosamente, senza nemmeno sapere il perché. Mi sembrava come di aver corso per chilometri e chilometri solo per giungere lì a farmi calmare i pensieri e la rabbia da te, dai tuoi occhi.

I miei battiti erano di molto accelerati tanto da poter sentire distintamente il sangue pulsarmi nelle vene, ovunque nel corpo.

E in tutto questo tu eri lì, per me. Mi sorridevi e, mentre io stringevo a mia volta la tua mano, mi baciasti e io, immobile, non riuscii a fare nulla se non lasciarmi baciare.

Le tue labbra erano dolci e morbide, ma con un tocco di sapidità. Riuscivo a sentire ogni sfumatura di quel bacio perché per la prima volta dopo tanti anni assaporavo il piacere della vita, della spensieratezza senza rabbia né preoccupazioni.

Mi sentii libero, di colpo.

Sgranai gli occhi per il turbinio di sensazioni che mi travolsero tutte insieme e il momento di paura si trasformò in una scarica di energia che mi percorse per tutto il corpo, come se mi avessero appena iniettato una dose massiccia di adrenalina, direttamente nelle vene.

Ti vidi con gli occhi chiusi e capii. Chiusi gli occhi a mia volta e presi il tuo volto tra le mie mani. Avevi la pelle talmente delicata da avere il timore di rovinarla.

Non saprei dire quanto durò quel bacio; poteva essere un minuto, dieci o anche solo qualche secondo. So solo che il mondo, in quel momento, si fermò. Ricordo benissimo come riuscii a immaginare la Terra fermarsi durante il suo giro attorno al Sole. Pensai proprio questo, a un fermo immagine del pianeta come se qualcuno avesse premuto il tasto Pausa nella riproduzione della vita terrena.

Quella sera cambiò tutto: da quel giorno non ci separammo più e anche subire l’ira di mio padre non sortiva più nessun effetto negativo su di me.

Avevo trovato la mia pace, eri il motivo di viaggi interminabili in macchina, anche solo per comprarti un paio di scarpe. Non importava quanta strada avrei dovuto percorrere o se questo avrebbe comportato guidare per tutta la notte: mi avevi salvato dall’oblio e volevo dimostrartelo in ogni modo!

Dopo alcuni anni mio padre morì di infarto: i medici dissero che l’alcool e gli zuccheri contenuti in esso gli ostruirono sempre più le coronarie al punto che una mattina, prima di pranzo, ebbe un arresto cardiaco proprio dopo aver ingerito l’ennesimo bicchiere di Red Label, il suo whiskey preferito. Quando successe sia io che mia madre eravamo a lavorare, lui non riuscì a chiamare aiuto e un avvenimento di pochi secondi si rivelò fatale.

Fui io a scoprire l’accaduto al mio rientro a casa nel pomeriggio. Rimasi scioccato, ma presto questo stato psicologico lasciò spazio all’indifferenza e pensai che morì nello stesso modo in cui aveva vissuto: da miserabile.

Pensai, inevitabilmente, che l’incubo e la schiavitù, per la donna che continuava ad amarlo malgrado ciò che le faceva, erano finiti.

Ma, proprio perché lei lo amava ancora, non fu facile dirle quanto successo.

Ti chiamai e ti chiesi di venire subito da me e, ancora una volta, mi aiutasti a essere forte dandomi il supporto di cui avevo bisogno per affrontare tutto.

Eri diventata indispensabile nella mia vita, eri diventata il punto fermo che cercavo e che avevo subito capito avrei trovato in te.

Ma tutto cambiò, nuovamente.

Era la sera del nostro sesto anniversario e decisi di farti una sorpresa: volevo passarti a prendere e portarti a mangiare fuori in un ristorante in cui desideravi andare da tanto tempo. Si chiamava Princess’ Wedding: era una specie di ristorante a tema dove tutto quanto il pranzo o la cena erano preparati con i criteri di un banchetto di nozze destinato alle nozze di una principessa.

Sei sempre stata una sognatrice e io volevo esaudire i tuoi desideri!

Ti dissi che sarei passato a prenderti per le 19.00; ci voleva poco più di un’ora per raggiungere il ristorante e io avevo prenotato per le 20:30.

Non sapevi nulla: l’unica cosa che ti spiegai fu che ci saremmo dovuti vestire molto eleganti, e quando arrivai sotto casa tua ti stupisti del vestito che indossavo. Era un completo nero, taglio slim, abbinato a una camicia bianca di cotone ritorto, anche quella slim, e un cravattino nero lucido.

Tu indossavi un vestito lungo, di un azzurro appena accennato, quel tanto che serviva per mostrare ancora di più la tua bellezza. Era un abito delicato, che metteva in risalto ogni linea del tuo corpo in modo sensuale ed elegante.

E come una vera principessa, le tue scarpe erano bianche e col tacco alto.

Scesi dalla macchina per salutarti.

“Sei incantevole” ti dissi.

“E tu sembri un principe. Il mio” rispondesti tu, e a sentire queste parole mi venne da sorridere, pensando di essere riuscito nell’intento di farti sentire la mia principessa. Soprattutto quella sera.

Salimmo in macchina e partimmo.

“Dove mi porti?” mi chiedesti.

“Lo sai che non te lo dico. Lo scoprirai quando arriveremo. Hai fame?”

“Mmm…non tanta. Sono molto più curiosa che affamata!” dicesti tu.

“Meglio così, vorrà dire che la nostra serata sarà ancora più bella!” ti dissi sorridendo.

Ma così non fu.

Quando aprii gli occhi sentii una fitta fortissima alla testa. La luce mi dava fastidio, era troppo forte per non scontrarsi col mal di testa che sentivo.

La stanza dove mi trovavo aveva le pareti spoglie e di un verde eccessivamente chiaro da riflettere la luce al neon dritta nei miei occhi e contribuire a peggiorare la mia emicrania.

Ero in ospedale.

Ci volle qualche minuto per riuscire a ricollegare i ricordi e tornare con la mente al nostro viaggio in macchina. Era evidente che fosse successo qualcosa, ma l’ultima cosa che ricordavo era il mio sorriderti dopo aver risposto alla tua ultima affermazione.

Chiamai l’infermiera che arrivò con un calmante e un analgesico per il mal di testa.

“Che cos’è successo? Dov’è Rose?” chiesi.

L’infermiera non rispose e guardò oltre al mio letto. Solo in quel momento, seguendo il suo sguardo, mi resi conto che mia mamma era lì, seduta su una poltrona. Mi sorrise non appena ci incrociammo visivamente.

“Cos’è successo, mamma? Perché sono in questo letto? Dov’è Rose?” chiesi di nuovo.

Lei si alzò e si avvicinò al mio letto, prendendomi la mano dolcemente, ma nonostante la sua delicatezza sentii una forte fitta trapassarmi il polso. Lo guardai e vidi che era fasciato.

“Devi riposare, Dave. Non devi affaticarti.”

“Cos’è successo, mamma? Dov’è Rose?!”

Sembravo un disco rotto. Ma questa volta il mio tono fermo e deciso sortì l’effetto sperato.

“È…è successo…avete avuto un incidente. Mentre percorrevate la superstrada siete stati travolti dalla motrice di un tir che guidava oltre il limite di velocità. L’autista era ubriaco e ha perso il controllo del mezzo pesante e…”

Non riuscì a proseguire a causa del magone e delle lacrime che mia madre a fatica mandò giù.

Poi riprese.

“Una volta arrivato alla curva il tir ha sbandato e l’uomo alla guida ha perso totalmente il controllo del suo veicolo. La motrice ha iniziato a muoversi fino a colpire la vostra macchina. Il paraurti del tir si è incastrato nella carrozzeria della vostra macchina, spingendovi fino al guardrail di protezione.”

A ogni parola il mal di testa aumentava per la paura che mi trasmettevano quelle parole che ricostruivano la dinamica dell’incidente.

“Dove…dov’è Rose?” chiesi con un filo di voce a mia madre.

“…l’impatto con le protezioni di sicurezza è avvenuto dal lato del passeggero, dove sedeva lei. Il peso della motrice ha fatto accartocciare la tua macchina.”

Questa volta le lacrime non riuscì a trattenerle.

“Il comandante di polizia che è intervenuto sul luogo dell’incidente mi ha spiegato che a causa del forte impatto, la lamiera della macchina si è piegata su sé stessa, costringendo l’intervento dei vigili del fuoco che hanno dovuto tagliare la carrozzeria per riuscire a tirarvi fuori entrambi, ma…i medici che sono intervenuti per soccorrervi hanno detto che l’urto è stato fortissimo e le lamiere…mi hanno giurato che Rose non ha sofferto”.

Ero pietrificato. Mi sentivo svuotato di tutto, non riuscivo a muovere un muscolo. Guardavo dritto davanti a me, lo sguardo nel vuoto, mentre sentivo mia madre piangere e tenermi la mano.

I suoi singhiozzi pian piano svanirono, come se si stesse allontanando da me. Invece era ancora lì, ero io che mi stavo isolando in questo strazio.

Di colpo non la sentii più. Riuscivo a vedere i tuoi occhi davanti a me, a sentire ancora il profumo dei tuoi capelli, pettinati alla perfezione per la sera del nostro sesto anniversario.

Non sapevo quanti giorni fossero passati prima del mio risveglio, né mi interessava saperlo.

Il tuo vestito azzurro, il tuo sorriso, la tua curiosità. Era ancora tutto lì, con me. Ma tu, tu non c’eri più, non eri più con me, non potevo più farmi curare le ferite dell’anima, né tenerti per mano in quel modo che tanto ti piaceva e che ti faceva sentire protetta.

“È colpa mia, è solo colpa mia!”

“Dave, cosa stai dicendo?” rispose mia madre.

“Princess’ Wedding. Se soltanto non avessi deciso di portarla a mangiare lì, a quest’ora sarebbe ancora qui con me, sarebbe viva!”

Scoppiai a piangere, come mai avevo fatto prima in tutta la mia vita. Piansi come un bambino che perde la mamma quando ne ha ancora troppo bisogno per rimanere solo.

Mi sentii così, di colpo. Mi sentii perso, abbandonato nuovamente in questo schifo di città che non faceva altro che togliere tutto alle persone.

Eri l’unica nota positiva in quella melodia stonata che era la mia vita in quella città maledetta, e ora si era presa anche te.

Mi sentii tremare e bruciare dentro, proprio come quella sera in cui mi prendesti la mano e mi curasti l’anima.

E in quel momento capii, nuovamente, come facevo ogni volta che si trattava di te. Capii che fin dal primo istante in cui le nostre strade si incrociarono ti prendesti il mio cuore, il mio amore e soprattutto la mia anima.

Il bruciore che sentivo non era dovuto ai dolori causati da un trauma cranico e da qualche decina di fratture multiple sparse per tutto il corpo, ma era causato dalla perdita della parte più bella di me, quella che mi aveva fatto rinascere, come una fenice fa dalle proprie ceneri.

Il bruciore che sentivo questa volta dentro di me era il dolore che provavo per aver perso la donna che ho amato e che continuerò ad amare per sempre, con ogni parte di me: col cuore e con l’anima.

Nel momento in cui realizzai che non saresti stata più con me fisicamente compresi che non ci sarebbe mai stato posto per nessun’altra, che non avrei mai guidato per nessun’altra donna al mondo e che tutte le strade percorse per nottate intere sarebbero rimaste, ma solo per venire a trovarti, amore mio.

Tutto a un tratto non c’eri più, ma nel tuo entrare nella mia vita ti sei presa il mio cuore, il mio amore e la mia anima.

Per sempre, il tuo Dave.

8 COMMENTI

  1. Il racconto è triste, come del resto può esserlo la vita, ma è d’una bellezza e dolcezza infinite. L’ho letto trattenendo il respiro per l’emozione. Una storia bellissima che, sono certa, commuoverebbe anche il nostro amatissimo Bruce che ha dato lo spunto, con una sua canzone superlativa, per la stesura del racconto. Complimenti sinceri e profondi Mauro!!

    • Ti ringrazio davvero di cuore, Donatella! 🙂
      Sono davvero felice che sia arrivato proprio il senso di commozione, perché è esattamente ciò che trasmette Drive All Night in tutta la sua delicatezza che racchiude, al tempo stesso, una forza incredibile che Bruce racconta con l’amore come sentimento 🙂
      Grazie mille davvero, per l’apprezzamento, per le belle parole e soprattutto per la condivisione!

  2. Mi associo al commento di Donatella. Complimenti per il racconto Mauro, mi sono commossa tantissimo anche io. Non sono riuscita a trattenere le lacrime, come spesso mi accade quando ascolto proprio Drive all night. Un’emozione fortissima….grazie e…spero di leggere presto altri tuoi racconti! Un abbraccio sincero 🙂

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