Pochi giorni fa ho pubblicato la recensione di Surfacing To Breathe, nuovo meraviglioso disco dei CLUSTERSUN – puoi leggere la recensione a questo link.

Dopo una scoperta così eclatante e così potente non potevo che scambiare quattro chiacchiere molto molto piacevoli con la band. Abbiamo parlato di molti argomenti, partendo proprio dal nuovo album e passando al racconto della genesi del gruppo.

Leggi l'intervista di #AscoltieRacconti ai #CLUSTERSUN! Condividi il Tweet

Innanzitutto presentatevi a chi non vi conosce. Che cos’è il progetto Clustersun?

CLUSTERSUN: “il progetto nasce nel 2013 dall’incontro di quattro amici con la passione dei volumi molto alti, dei riverberi, dei faz, con alla base un grande rapporto di amicizia oltre che di condivisione musicale. Il nostro background fonda le proprie radici nel post-punk, nella psichedelia, nello shoegaze. Un po’ tutti ci siamo formati fin da bambini grazie a band come Beatles, Pink Floyd, Velvet Underground. Tutto questo, unito al fatto che ognuno di noi suonasse, ha fatto sì che il passatempo della sala prove settimanale si trasformasse in qualcosa di più serio lasciando stupiti noi stessi perché abbiamo sempre avuto un approccio da jam session, dove si suona in tranquillità per il piacere di farlo.

Tutto questo fino a quando poi – come ci piace dire – “qualcuno ci ha presi sul serio” e tutto si è concretizzato.

Parlando sempre di CLUSTERSUN: da dove arriva il nome della band e che approccio avete in fase di registrazione? Lo stile della jam session viene trasposto anche in fase di incisione?

CLUSTERSUN: “partiamo dalla storia legata al nostro nome. Tutto è nato in maniera casuale in realtà, ed è avvenuto agli inizi delle nostre prime jam sessions in sala prove durante le quali avevamo l’abitudine di registrare e salvare i file con un nome che fosse una storpiatura di canzoni più famose, questo per permetterci di capire subito che idea avessimo messo per inciso qualora avessimo preso in mano il file anche dopo molto tempo dall’incisione.

Una delle prime jam che registrammo era in stile Pink Floyd e decidemmo di nominare il file come “CLUSTER SUN”, ispirandoci a “Cluster One”, la traccia di apertura di Division Bell. Quando poi ci trovammo a dover scegliere il nome del nostro progetto riprendemmo in mano quel file e riguardando il nome pensammo che potesse funzionare, rendendo anche il nome una parola unica – CLUSTERSUN anziché CLUSTER SUN – ispirandoci un po’ alla stessa abitudine che hanno sempre avuto anche gli Slowdive di unire più parole in una sola.

Per quanto riguarda l’approccio alla registrazione tutto è legato alla nostra intesa e alla nostra capacità di capire alla perfezione dove ognuno di noi sta andando quando suoniamo improvvisando. Tutto parte dalle jam, è l’interplay di noi quattro che fa scaturire le nostre idee e che consideriamo il nostro miglior pregio.

Anche se ognuno di noi suonasse in stanze diverse sapremmo esattamente dove stanno andando gli altri, è come se fossimo collegati tramite wi-fi con le nostre teste [ridono]. Due/tre brani di Surfacing To Breathe, a livello strutturale, sono usciti dalla prima take in cui erano nati suonando in jam session. Ecco, la sala prove è fondamentale per noi e per il nostro approccio alla Musica perché la creatività si sviluppa proprio grazie all’improvvisazione di ognuno di noi, che spinge ogni singolo componente a dare il meglio di sè grazie all’input ricevuto dall’altro.

Mi viene da chiedervi da quanto suoniate insieme per essere arrivati a un’intesa e un feeling così elevati…

CLUSTERSUN: “prima di Out Of Your Ego (2014) abbiamo avuto circa tre anni di rodaggio in cui abbiamo imparato a conoscerci.

Beh, un tempo anche relativamente breve per il livello di intesa e maturità d’insieme a cui siete arrivati!

CLUSTERSUN: “sì, forse questo dipende anche dal fatto che abbiamo iniziato a fare sul serio non proprio da giovanissimi [ridono] e questo in parte forse ci ha aiutati a essere più disinibiti da un lato e più consapevoli dall’altro, evitando certe cose che magari avremmo fatto se avessimo iniziato a scrivere dischi con dieci anni in meno sulla nostra carta d’identità. Di  fondo a noi piaceva fare Musica suonando e jammando in sala prove, quando poi abbiamo scoperto che ciò che facevamo piaceva anche all’esterno è stato bello confrontarci col mondo.

Parliamo del primo contatto che avete avuto con la discografia: mi pare di capire che siate stati voi a cercare un contatto con l’esterno e non il contrario, giusto?

CLUSTERSUN: “prima ancora di Out Of Your Ego, quando ci siamo autoprodotti il primo singolo (“Be Vegetal” – NdR) abbiamo capito realmente come stessero le cose. Sai, l’idea di mettere un brano su SoundCloud ed essere contattati da un’etichetta americana (Custom Made Music – NdR) che noi conoscevamo, che ci piaceva e che addirittura voleva il nostro pezzo per essere inserito in una compilation made in U.S.A. … insomma, ti fa pensare che allora, forse, qualcosa di interessante potevamo averlo fatto davvero!

Da lì poi è avvenuto il contatto con altre realtà al di fuori dell’Italia fino all’italiana Seahorse Recordings che si è interessata a noi anche grazie a tutte queste belle situazioni che si erano venute a creare. Tutto è stato molto veloce.

Piacere all’America non è affatto facile, soprattutto per il loro approccio mentale alla Musica che non ha grossi tentennamenti. Farlo con il primissimo brano che avete inciso rende questa ancor più un’impresa di valore, per cui complimenti doppi!

CLUSTERSUN: “grazie mille! Tra l’altro di ciò che stai dicendo te ne rendi conto davvero quando hai la possibilità di suonare in America come ci è capitato di fare con un tour organizzato proprio da Custom Made Music. Che tu suoni in un pub davanti a venti persone o nel club fighissimo con centinaia di spettatori, l’interesse e la curiosità per la novità è sempre elevatissima da parte di chiunque, partendo dal pubblico e passando per ogni ingranaggio della catena, dal fonico, al tecnico di palco al gestore stesso del locale. C’è veramente un abisso con l’approccio alla Musica live qui da noi in Italia.

Senza saperlo avete anticipato una domanda che vi avrei posto: com’è e che differenza c’è tra il pubblico italiano e quello americano?

CLUSTERSUN: “cambia moltissimo l’etica che sta alla base di tutto oltre all’attenzione come dicevamo poco fa. C’è un rispetto vero e assoluto per la Musica, a partire dall’orario di inizio degli show che iniziano alle 20:00 o addirittura alle 19:00 in alcuni casi. Ma questo approccio differisce in toto sia da parte del pubblico che di tutti gli ingranaggi della catena come dicevamo poco fa.

Torniamo alla vostra Musica: all’inizio del video di “Raw Nerve” si vede perfettamente il vinile di Wish You Were Here dei Pink Floyd, impossibile non notarlo [rido]. Oltre ai nomi che mi avete già anticipato, quali band e artisti vi hanno influenzato nella Musica che fate?

CLUSTERSUN: “sì, come già detto i Beatles, Pink Floyd e Velvet Underground sono i gruppi coi quali siamo cresciuti e che materialmente sentivamo risuonare in casa un po’ tutti. Chiaramente tutto è rimasto alle basi del nostro bagaglio musicale che si è ampliato nella psicheledia, il kraut rock, lo shoegaze e quant’altro. I Pink Floyd rimangono come il vagito primordiale che è rimasto dentro di noi. La scena del vinile è stata molto casuale in realtà perché in fase di registrazione del video dovevamo scegliere un disco da mettere sul piatto e la casualità ha voluto che il primo a portata di mano fosse proprio Wish You Were Here dei Pink Floyd. Insomma, quando si suol dire “nulla viene mai per caso” [ridono].

Rimamendo in questo ambito, se vi facessi il nome di Trent Reznor (Nine Inch Nails) che cosa mi rispondereste? Ho sentito molto questa influenza non necessariamente musicale quanto più nella cupezza delle vostre composizioni.

CLUSTERSUN: “questa è un’osservazione che ci hanno fatto molto all’estero dove la nostra Musica è stata accostata a quella di Trent Reznor. Personalmente non abbiamo pensato di realizzare volontariamente qualcosa che ricordasse i Nine Inch Nails ma ci siamo resi conto ricevendo queste osservazioni, anche la tua, di quanto la Musica di Reznor e le sue cupezze ci siano entrate talmente tanto dentro da averle buttate fuori nel nostro disco e senza nemmeno pensarci o rendercene quasi conto.

Surfacing To Breathe è un disco che suona molto “live”, ha un’anima di questo tipo. Quanto avete cercato un risultato di questo genere?

CLUSTERSUN: “molto, soprattutto perché diversi dei pezzi contenuti in questo album li suonavamo già nel tour americano e quando ci siamo chiusi in sala di registrazione volevamo proprio riportare lo stesso muro di suono e lo stesso approccio al live che avevano i pezzi quando li suonavamo.

Sempre parlando del disco, perché Surfacing To Breathe? C’è un avvenimento in particolare che vi ha ispirati questo titolo?

CLUSTERSUN: “il titolo in realtà è stata proprio l’ultima cosa decisa. Abbiamo utilizzato semplicemente il nome di uno dei brani dell’album rendendolo anche il titolo stesso del disco, cosa che invece non era successa col disco precedente dove avevamo estrapolato un verso di una canzone per renderlo il titolo dell’album. Questo ci piaceva perché racchiudeva un concetto che secondo noi spiega bene l’approccio che noi abbiamo nel fare Musica, ovvero il mezzo che noi utilizziamo per riemergere dall’apnea della quotidianità, dei problemi e di tutto quel che porta lo stress, come se stessimo proprio tornando a respirare grazie alla Musica che facciamo. Il titolo forse rispecchia anche la lunga gestazione che ha avuto Surfacing To Breathe: avendo registrato tutto quanto da soli avevamo il controllo di tutto sia in positivo che in negativo perché poi si finisce per cercare la perfezione e si entra in un circolo vizioso pericolo [ridono]. Nonostante questo, però, il disco è venuto fuori esattamente come lo volevamo per cui siamo contentissimi!

Dal punto di vista dei testi ho notato con piacere un forte uso di figure retoriche e un’elevata ricercatezza per rendere il tutto molto sospeso, dando all’ascoltatore la possibilità di una molteplice chiave di lettura…

CLUSTERSUN: “sì esatto. Non ci piace la visione didascalica che renda tutto chiaro e limpido, è anche il bello di questo genere musicale che fornisce sempre più interpretazioni come hai detto tu. L’approccio che abbiamo avuto è stato il più poetico possibile, grazie al quale si aprono più vie.

Ho notato una forte analogia nell’artwork con la copertina di Saturday Night Wrist dei Deftones: è stato un caso oppure è una cosa voluta?

CLUSTERSUN: “l’analogia di cui parli è stata un caso in realtà. La gestazione che ha portato alla realizzazione dell’artwork di Surfacing To Breathe è stata in parte casuale e in parte molto ricercata. Le foto presenti nell’artwork del disco sono state realizzate da Ilaria Facci, una fotografa italiana che vive a Londra. Durante la lunga ricerca di foto online che potessero esprimere ciò che volevamo comunicare ci siamo imbattuti nei suoi lavori ed è scattata subito quella scintilla che ci ha fatto dire: ‘Queste! Sono queste le emozioni che vogliamo suscitare attraverso le immagini che rappresentino la nostra Musica!’

Così abbiamo provato a contattarla mandandole il nostro disco e non appena l’ha sentito ha subito capito quale fosse lo spirito del disco, mandandoci le foto senza alcuna esitazione e con tutto l’entusiasmo e il cuore del mondo!

La cosa curiosa è come ci siano degli elementi che ci seguono fin dal primo album, ovvero il soggetto femminile presente su entrambe le copertine dei dischi e il fatto che le foto siano due autoscatti, sia per Out Of Your Ego che per Surfacing To Breathe. Sono quei collegamenti che accadono in modo quasi casuale e che ti lasciano stupito!

Parlando di collegamenti, la scelta della masterizzazione del disco al Saff Mastering di Chicago è arrivata grazie ai contatti e all’esposizione che avete avuto negli Stati Uniti grazie a “Be Vegetal”?

CLUSTERSUN: “in realtà ci siamo rivolti di nuovo a Carl Saff perché ci eravamo già affidati a lui anche per il primo disco e quindi era per noi una garanzia. Fu Paolo Messere, produttore del primo album e “boss” della Seahorse Recordings, a farci il nome di Saff sapendo la sua qualità di lavoro.

Il lavoro di Carl Saff ha ampliato ancor di più il già grandissimo lavoro fatto da Alessio Pindinelli e Fabio Galeone, che hanno mixato il disco al Wax Recording Studio di Roma con l’esperienza di chi questo genere di Musica lo produce e lo conosce benissimo. Meglio di così non potevamo sperare davvero.

Parliamo del futuro: che progetti avete? Avete un tour in programma?

CLUSTERSUN: “sta prendendo forma un tour italiano con alcune date da settembre in poi. Possiamo nominarti Benevento, Campobasso, Eboli, e stiamo cercando di arrivare anche più al centro-nord del nostro paese oltre ovviamente alla nostra Sicilia. Siamo al lavoro anche per un tour nel centro Europa che ci piacerebbe fare entro la primavera del 2018 e, a seguire, un nuovo tour negli Stati Uniti. Abbiamo molta voglia di portare in giro il disco e di proporlo dal vivo.

Inoltre stiamo lavorando al video di “Lonely Moon” che dovrebbe uscire nei prossimi mesi, non abbiamo ancora una data definitiva ma siamo già all’opera.

Prima di salutarvi mi piacerebbe farvi una domanda a bruciapelo: se doveste consigliare degli album che a voi hanno trasmesso molto, quali mi nominereste?

CLUSTERSUN: “Bella domanda! Loveless dei My Bloody Valentine, Just For A Day degli Slowdive e Nowhere dei Ride. Questi sono senza dubbio la fotografia di un genere come lo shoegaze, con un suono che ha ribaltato completamente l’approccio che si aveva alla Musica fino a quel momento. All’interno di questi dischi c’è veramente tutto, dalle chitarre che non sembrano chitarre, allo stravolgimento delle regole generali della composizione. Fantastici!

Mauro Abbatescianna


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